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Divine Comedy
Victory For The Comic Muse
2006
Capitol
di Mauro D'Alonzo
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La canzone chiave per capire lo spirito di “Victory For The Comic Muse” è con ogni probabilità “Party Fears Two”: bastano le prime note, scandite dai violini saltellanti, per rendersi conto che Neil Hannon, senza troppi rimpianti, è definitivamente tornato sui propri passi. Ad un certo punto, infatti, era sorto il dubbio che l’artista di Londonderry avesse l’intenzione di sfrondare gli arrangiamenti che lo avevano reso celebre e che coltivasse l’ambizione di provare i brividi del rock alternativo. Il sospetto lo suscitò “Regeneration”, disco nato dalla collaborazione con Nigel Godrich che, da produttore carismatico qual è sempre stato, riuscì ad imporre la mordacchia alla straripante ispirazione di Hannon, convincendolo (con risultati, tra l’altro, straordinari) a desistere da certe sue ridondanze. Ma la vera anima dell’artista allampanato che tira i fili del progetto ribattezzato come il capolavoro della poesia italiana non può prescindere dalle lusinghe del musical in voga negli anni ’60 e dalla complessità della chanson francese. Perciò già da “Absent Friends” al sound cupo e intimista è subentrato un nuovo dinamismo orchestrale riluttante a qualunque freno inibitore. Il ritrovato slancio è comprovato pure dalle immagini pubbliche. Mentre per “Regeneration” Hannon si è scomodato solo per il ritratto sul retro, ove appare in posizione defilata ed in compagnia della band, nel cd successivo è tornato a dilatarsi quell’ego incontenibile che lo aveva spinto ad inondare il libretto di “Casanova” di sue foto scattate a Venezia. Per i Divine Comedy non esistono le vie di mezzo: prendere o lasciare. C’è chi resta indifferente alle loro imprese pirotecniche e chi non sa resistere ai loro intarsi sonori. Il bivio è destinato a ripresentarsi puntualmente con “Victory For The Comic Muse”. Il dandy impenitente che ci scrutava languidamente dalla copertina di “Absent Friends” sforna l’ennesimo luna park al quale sono invitati tutti i frequentatori dei dischi di Jacques Brel, Scott Walker e Burt Bacharach e chi ogni tanto ha voglia di infilare nel lettore la colonna sonora di una vecchia commedia americana. Costoro non potranno dir di no all’ironico avvio di “To Die A Virgin” e all’incedere di “A Lady Of A Certain Age” e “Snowball In Negative” (ad un passo dall’enfasi), mentre alcuni dettagli di “Mother Dear” piaceranno agli appassionati della vecchia scuola country. Delizioso l’intermezzo di “Threesome”, che non avrebbe sfigurato quale accompagnamento delle lezioni di Billy Elliot. La misura perfetta è raggiunta in “Diva Lady”, cui saggiamente sono stati riservati gli oneri di singolo apripista. Neil Hannon sarebbe capace di recitare a memoria i capitoli più scintillanti della storia del pop e la tenacia con cui li ha costantemente ruminati nelle sue opere ha aperto quella preziosa breccia in cui si sono incuneate alcune figure emerse negli ultimi anni. Basti immaginare a quanto straniante sarebbe stato l’impatto di un personaggio del calibro di Rufus Wainwright se le sue atmosfere “chamber” non fossero state precedute dagli insegnamenti di “A Short Album About Love”. I detrattori possono mettersi l’anima in pace. Benché scarsamente confortati dalle vendite, i Divine Comedy hanno rappresentato uno snodo cruciale dell’evoluzione musicale del passato decennio ed i loro prodigi fanno gola alle giovani leve. E’ ora di riconoscere a Neil Hannon il rango di maestro. Anche per le prodezze di “Victory For The Comic Muse”.
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16/09/2006 -
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