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Josh Rouse
Subtitulo
2006
Bedroom Classics
di Mauro D'Alonzo
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Come reagire ad una cocente delusione e rifarsi una vita cercando di rimarginare le ferite del passato? Come fare a voltare pagina e risvegliarsi dal torpore di una storia d’amore finita male? A Josh Rouse il problema si è concretamente posto qualche tempo fa e la soluzione che gli è venuta in mente è stata la più ovvia, cioè fare le valigie e trasferirsi in un luogo il più possibile estraneo agli altipiani tra i quali era cresciuto. Il trasloco lo ha portato dal Nebraska a Barcellona e la lunga trasvolata ha inevitabilmente influenzato il mood della sua musica, che dopo i primi lavori sembrava irrimediabilmente avviato lungo i binari di un country-folk malinconico e, a tratti, muscolare. Il cd della sterzata è stato significativamente intitolato “1972”, che guarda caso è il suo anno di nascita. Da quel momento le modulazioni vocali ed i soffici arpeggi di Josh Rouse hanno iniziato a guardare alle armonie di stampo easy listening, suscitando non poche perplessità tra quanti si erano affezionati al taglio pensieroso e un po’ esistenzialista delle sue liriche. Il disco del 2003 ha sancito il passaggio a delle atmosfere gradite ai nostalgici del soft rock degli anni ’70 e delle strofe progettate nelle stanze del Brill Building. “Subtitulo”, pur scaturito da un cambio di etichetta (dalla Rykodisc alla Bedroom Classics), è la prova che Josh Rouse non ha per niente voglia di staccare il biglietto di ritorno. La brezza di Puerto de Santa Maria ne ha ulteriormente addolcito la vena e il risultato è un susseguirsi di perle tra le cui qualità si segnala, peraltro, il raro dono della concisione. L’attacco equivale alla ventata d’aria fresca che si respira spalancando le finestre di casa e la sensazione di placida leggerezza non cala ascoltando le successive “Summertime” e “It Looks Like Love”. “The Man Who…” farà rabbia ai Magic Numbers, che con “Love’s A Game” si erano illusi di essere gli unici a saper replicare l’intreccio di voci che Paddy McAloon e Wendy Smith tessevano quando i Prefab Sprout erano la stella polare del pop, mentre a “Wonderful” mettono le ali gli archi. La svolta di Josh Rouse ricorda per certi versi quella dei Lambchop, che hanno sempre preferito trattare il tradizionale country di Nashville con robuste dosi melodiche. Contrariamente all’etereo Kurt Wagner, però, qui l’aderenza al formato canzone resta ferrea e la ballata non è dilatata a dismisura con il rischio di sfociare nella noia. I dieci brani di “Subtitulo” non varcano complessivamente la soglia dei trentacinque minuti e lasciano l’impressione del bozzetto essenziale, più che del quadro monumentale. Se questi sono gli effetti, c’è da augurarsi che Josh Rouse continui a stazionare sulle coste spagnole e a comporre magari comodamente adagiato su un’amaca. Il sole giova decisamente alla sua scrittura, grazie pure al supporto di alcuni collaboratori di fiducia tra cui spicca il factotum Brad Jones, capace di calarsi contemporaneamente nei ruoli di produttore, bassista e pianista (l’angelica voce femminile, invece, è merito dell’ugola di Paz Suay). L’unico inciampo è “His Majesty Rides”, che indulge ad un esotismo forse evitabile. Ma al di là di poche, insignificanti sbavature, “Subtitulo” irradia una luce abbacinante e dimostra che anche dei suoni che non agiscono in profondità possono generare dei piccoli capolavori.
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14/09/2006 -
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