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Kasabian
Empire
2006
Columbia Sony
di Stefano De Stefano
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I gruppetti come Arctic Monkeys sono destinati a ridimensionarsi. E di molto anche. Perché poi quando torna sulla scena una band come i Kasabian bisogna solo alzare le mani e ammettere che Noel Gallagher aveva avuto l’occhio lungo nel definirli una delle possibili soluzioni agli Oasis. Non riguardo il genere musicale ma dal punto di vista di realtà solida. Sono passati due anni dal debutto del quartetto di Leicester, quel Kasabian che si segnalava per l’irresistibile accostamento di indie rock, psichedelia e suggestioni dance perfette per un rave party. Questo "Empire" presenta delle novità. Innanzitutto la dipartita del chitarrista e tastierista Chris Karloff che, avendo avuto modo di sperimentare divergenze artistiche con il resto della band durante le registrazioni, è stato prontamente cacciato. Bene, ci vuole polso direte voi. E di polso i Kasabian ne hanno dimostrato abbastanza anche cambiando leggermente il registro su cui leggere questo disco, differente dal precedente ma non troppo. È un album più suonato certamente, con l’elettronica e i sintetizzatori che forse si ritagliano un ruolo meno di rilievo rispetto a due anni fa, batteria suonata con cattiveria e canzoni spesso anche più brevi, addirittura audaci per la band di Pizzorno e Meighan (la traccia “British Legion” è una ballata acustica che sembra uscita da un disco dei Beatles psichedelici). Insomma un disco diverso, ma un signor disco. La band si è presa il tempo di cui aveva bisogno per chiudersi nei Rockfield Studios in Monmouth e produrre assieme a Jim Abbiss un disco che ha dei riferimenti in gente come Primal Scream (quelli di "XTRMNTR" ovviamente), Ian Brown e Chemical Brothers. Senza perdere ovviamente la propria identità artistica e d’immagine. “Stuntman” è un treno lisergico perfetto per perdersi in un trip da rave (sintetizzatori in evidenza, batteria imprescindibile e sembra di essere tornati all’inizio della Madchester anni Novanta) mentre la breve “Apnea” è puro Chemical Brothers style, quasi una nuova "Setting Sun" fatta su misura per Tom Meighan. “Shoot The Runner” (papabile singolo dopo l’apripista “Empire”) è irresistibile nel suo incedere rotolante e nei battiti di mani che l’accompagnano, oltre ad essere audace perché di fatto il testo quasi non esiste (shoot the runner / I’m the king and she’s my queen, poi nient’altro); “Sunrise” è una bomba psichedelica che ricorda molto vagamente un’atmosfera alla "Tomorrow Never Knows" così come le precedenti “Last Trip (In Flight)” e “Me Plus One” riescono ad essere fortemente Sixties mantenendo un sound tirato, vintage e acido. In molte tracce, compresa l’ultima appena citata, compare l’uso di violini e archi filtrati che costruiscono inserti indiani completamente a proprio agio nel creare un’atmosfera ipnotica e quasi ossessiva. E poi nel finale si torna ai Beatles con melodie pulite e chitarre acustiche: “British Legion” sembra essere un omaggio al passato e si rivela una piacevole sorpresa dopo un intero disco di energia. Chiusura con i toni minacciosi e rallentati di “The Doberman” e tanto di cappello: bissato il successo del debutto e probabilmente anche superato. Giusto il tempo di ritornare e rimettere un po’ le cose a posto, visto che da un po’ troppo tempo lì fuori circola troppa paccottiglia.
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08/09/2006 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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