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Kelis
Kelis Was Here
2006
La Face
di Enrico De Turris
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Gli equilibri che sottendono al music business sono così ovvi quanto degni di essere discussi per capire se fanno parte dell’animo umano o sono scelte deliberatamente volute: nel senso che sono reazioni ad avvenimenti nella vita di un artista o sono volutamente pianificati in anticipo!?! Nella fattispecie abbiamo Kelis: rampante, accattivante e selvaggia cantante hip-hop o R&B o rap o quello che vi pare (tanto di questi tempi è tutta la stessa cosa) che è passata da multinazionali come Virgin, Arista, EMI, alla La Face, un tempo (anni 90) ottima label, ora, sottoetichetta della Zomba Music e mentre tutte le cantanti nere passando a label più patinate decidono di patinarsi pure loro (Beyoncè, Toni Braxton, Janet Jackson, ecc,) lisciandosi i capelli ed assumendo il guardaroba ed il portamento di una diva anni ’50 come se fossero le sole e bellissime regine nere del momento, Kelis ha deciso di fare altrettanto solo avendo compiuto “un passo indietro” però. Cambio di etichetta e cambio di produttori: salutato l’ex fidanzato Pharrell Williams del noto gruppo di music producers, Neptunes e maritatasi col rapper Nas, la nostra ha deciso di smettere i panni aggressivi e roots della ragazza dei ghetti (con l’enorme capigliatura afro) per cimentarsi (fuori tempo) con un disco che non è ne carne ne pesce. Avvalendosi di troppi produttori, cito solo Will I Am dei Blackeyepeas, Cee Lo Green dei Gnarls Barkley, ha creato un disco che non è patinato, urlettato e cafone come quelli di Beyonce & Co. ma non è nemmeno grezzo, arrabbiato e genuino come erano i suoi precedenti lavori, giusto "Blindfold Me" ricorda un po’ gli esordi della “vecchia” Kelis ("Caught Out There"). Scelte strane passano nell’animo delle persone come quella di decidere di sentirsi diva proprio nel momento in cui si doveva far leva sulla rabbia, sulla rozzezza e “purezza” suburbana con la quale nel corso degli anni era riuscita a marcare la differenza con le altre. Il miglior complimento che mi sento di fare ad un disco (diciotto brani) che in fin dei conti non è affatto male ma nulla di nuovo regala all’orecchio è che in questo suo “sbarellamento” identitario, finisce per ritrovarsi qualcosa di Erykah Badu o di Missy Elliot. Titolo profetico: “Kelis è stata qui” perché quella che canta ora pare avere un’altra indole……
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11/09/2006 -
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