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Dici Buddy Holly e ti torna in mente quella scena di “American Graffiti”, in cui John Milner – una sorta di “Fonzie” anti-litteram – spegne disgustato l’autoradio che trasmette una canzone dei Beach Boys e sconsolato sentenzia che “Rock 'n roll's been going downhill ever since Buddy Holly died". E ancora: “American Pie”, l’elegiaca ballata del 1971 del folksinger Don McLean poi ripresa (fra tutti!) da Madonna, ispirata al gelido giorno del febbraio ’59 in cui ebbe luogo l’incidente aereo dove persero la vita Holly, Big Bopper e Richie Valens, drasticamente definito “the day the music died”. Ma è davvero così come ce l’hanno raccontata Milner (o, più precisamente, il regista/sceneggiatore George Lucas che gli ha scritto le battute) e McLean? Bè, direi francamente proprio di no. Il rock and roll giunge a maturazione prima di Holly (con Ike Turner, Elvis, Chuck Berry, Fats Domino e Ray Charles) e prosegue poi spavaldamente anche dopo la sua morte, con gli stessi Beach Boys tanto disprezzati da Milner, e poi, più in là nel tempo, con i Beatles, gli Stones, i Pistols, i Nirvana, (i Weezer?), per arrivare ai White Stripes dei giorni nostri. Che non ci siano fraintendimenti, però: Buddy è un mito, Buddy è un grande, anzi un grandissimo della primissima generazione rock e, oserei dire, anche una mezza spanna sopra Elvis in quanto anche autore di canzoni, arte in cui il Pelvis non eccelleva. Il fatto è che se levi Holly dall’equazione, rischi che ti saltino per aria i Beatles, tale e tanta è stata la sua influenza sui Fab Four, e ti salta per aria anche tutto ciò ne è conseguito, cioè tanto ma proprio tanto. Originario di un paesotto del Texas chiamato Lubbock, ed infervoratosi per i suoni catartici del rock, dopo una prima fallimentare esperienza solista Holly si recò – con tre compagni d’avventura chiamati The Crickets - all’inizio del 1957 da un produttore e proprietario di studio di registrazione di nome Norman Petty situato nel vicino New Mexico. Le sessions notturne supervisionate da Petty sono assurte nel corso degli anni ad uno status mitico: brani cardine del rock and roll, ma anche, si può dire, della musica moderna, come “That’ll Be The Day” e “Maybe Baby” scaturirono da lì. Ora li ritroviamo, rilucidati e rimasterizzati, in questa nuova edizione di “The Chirping Crickets”, dovuta alla circostanza che per il 50mo anniversario dalla nascita del rock’n’roll la Universal ha deciso di rimettere in commercio versioni modernizzate di alcuni classici. Tra le altre proposte, ritroviamo il Chuck Berry del primo LP “After School Session” e di “St.Louis To Liverpool”, “Bo Diddley Is A Gunslinger”, il soundtrack del film “Rock Rock Rock”, il celeberrimo esordio di Bill Haley “Rock Around The Clock”, nonché “Buddy Holly”, secondo LP del rocker di Lubbock oltrechè ultimo a vedere la luce prima del fatal incidente. Ebbene: pur circondato da opere – per una volta - realmente “essenziali”, “The Chirping Crickets” sovrasta tutto e tutti. Va detto, innanzitutto, che l’album in questione uscì non a nome di Buddy Holly, come sarebbe stato logico, ma dei Crickets, in quanto all’epoca l’occhialuto cantante era ancora legato da contratto con un’altra label (e qualche anno dopo, quattro tali di Liverpool si ricordarono di quello strambo nomignolo e decisero di chiamarsi “scarafaggi”…). La side A di “Chirpin’ Crickets” è probabilmente la migliore facciata del primo r’n’r in un’ipotetica classifica comparata. Già l’incipit è fenomenale, ed è comprensibile che nel ’57 abbia lasciato a corto di fiato milioni di teenagers: “All of my love all of my kisses you don’t know what you’ve been a-missing….”, è “Oh Boy”, scritta non da Holly bensì dal duo West-Tilghman, ma che rende perfettamente l’idea del suo stile, un’innocente e fresca sintesi di country, pop ed rockabilly con un output finale che, a differenza di quanto accadeva (ad es.) con Elvis, è sempre solo ed inconfondibilmente “bianco”. C’è poi “Not Fade Away”, versione hollyiana del tambureggiante ritmo “alla Bo Diddley”, che nel ’64 gli Stones ripresero in un singolo che rappresentò il loro primo successo negli USA, seguita da “You’ve Got Love”, fascinosa filastrocca romantica di Roy Orbison. Poi arriva “Maybe Baby” e basta la parola, trattandosi ad opinione di chi scrive del più bel pezzo contenuto nel soundtrack della pellicola “American Graffiti”, ovvero non proprio un’antologia da due lire ma il meglio del meglio del pop-rock USA a cavallo tra i ‘50’s e i 60’s. “It’s Too Late” di Chuck Willis è un'altro azzeccato mid-tempo melodico anni cinquanta, in cui Holly si trova a perfetto agio. La conclusiva – della side A – “Tell Me How” è invece di Holly stesso: urgenza vocale, melodia traboccante, ritmo pervicace, in “Tell Me How” c’è tutto Holly, e ci sono tutti i motivi per cui è ancora tanto amato e rispettato a quasi 50 anni dalla scomparsa. La facciata B, pur essendo leggermente inferiore, si apre con il botto, ovvero con “That’ll Be The Day”, il brano grazie al quale, nell’estate del ’57, i teens di tutto il mondo fecero la conoscenza del Nostro, ed anch’esso tra gli highlights di “American Graffiti”, in quel caso introdotto dalla gracchiante voce di Wolfman Jack, qui ovviamente assente. E’ ancora di ottimo livello “I’m Looking For Someone To Love”, così così “Send Me Some Lovin”, mentre il piagnisteo orbisoniano di “An Empty Cup A Broken Date” e la struggente “Last Night” sono episodi un po’ anonimi. Grandioso, invece, lo scatenato “Rock Me My Baby”, degna conclusione per un album che fece epoca. In questa edizione di “Chirpin’ Crickets” sono stati aggiunti i 4 pezzi usciti successivamente su singoli a nome Crickets – a partire da un certo punto in poi tutte le uscite recarono esclusivamente il nome di Buddy Holly – di cui due (“Think It Over" e “Lonesome Tears”) di livello comparabile al meglio di “Chirpin’ Crickets”, un terzo (“Fool’s Paradise”) più adatto all’Elvis della fase hollywoodiana che allo stile dei Crickets, ed un eccezionale quarto (“It’s So Easy”), mirabile filastrocca pop che al tempo non ottenne il meritato successo, rifacendosi però con gli interessi nei primi anni ’70 quando la cantante pop/country losangelina Linda Ronstadt ne incise una cover che sbancò le classifiche di vendita. E’ uno dei dieci dischi da portare su un’isola deserta, “Chirpin’ Crickets”, che riassume in 12 canzoni (ed oggi 16) l’innocenza, la freschezza e la voglia di sperimentare tipici di quell’epoca ormai definitivamente tramontata che furono gli anni cinquanta. Compratelo, ascoltatelo una volta, e poi ancora dieci, venti, cinquanta, cento volte. Poi fatene una copia e regalatela ad uno dei tanti John Milner della vostra – della mia, della nostra – generazione, che imperterriti continuano a lamentarsi di come “il rock non è più lo stesso da quando è morto Kurt Cobain”.
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