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Razorlight
Razorlight
2006
Mercury
di Fredo Cane
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Nei due anni che sono trascorsi dal “libertiniano” esordio “Up All Night”, Johnny Borrell, incontestato leader cantante songwriter nonchè “loudmouth” degli anglo-svedesi Razorlight, ha fatto una rimarchevole scoperta: l’America. D’accordo: l’evento si è verificato ben 514 anni dopo l’attracco caraibico di Colombo, ma ugualmente le conseguenze che ha provocato sono potenzialmente epocali e devastanti: i Razorlight ora non vogliono più essere costretti nella camicia di forza del brit-rock ma puntano più in alto, e stavolta hanno creato un sound – nelle intenzioni - GLOBALE. Il fatto è che l’America di cui Borrell si è invaghito perdutamente non è quella degli Yeah Yeah Yeahs o, magari, dei Tapes’n’Tapes, ma quella più "middle" - in tutti i sensi - di John Cougar e dei Journey. L’ambizioso Borrell vuole sfondare nel mercato USA, è evidente, e per farcela ha conferito alla sua band un suono da radio FM…peccato che si tratti dell’FM degli anni Ottanta…Il primo singolo, la marcetta “In The Morning” che apre questo eponimo secondo album, non è nemmeno troppo male: se ci capitasse di sentirlo alla radio, insomma, non cambieremmo stazione. Poi però se ne sentono di tutti colori: “Who Needs Love” è assurdamente anni ’50 senza possedere la minima traccia dell’ironia indispensabile per un’operazione di questo tipo (che hanno ad esempio le Pipettes). Su “Hold On” i Razorlight fanno il verso al Motown-sound delle Supremes: a che pro, però, non si sa… “Pop Song 2006” vorrebbe essere un discendente della “Pop Song 89” dei R.E.M. ma sembra piuttosto improntato ai primi Talking Heads, con lo stolido Borrell che si dà arie da capopopolo. Il pezzo da 90, però, è “America”, la ballad che esce come singolo in questi giorni e che dovrebbe far esplodere i Razorlight…indovinate dove? Possiede un testo di una banalità sconcertante (“I light a cigarette / 'Cause I can't get no sleep/ There’s nothing on the TV nothing on the radio / That means that much to me/ All my life / Watching America…”) e un sound da colonna sonora di film USA fine ’80 / primi ’90…diciamo un “Giovani Carini e Disoccupati”. Dal saccheggio borrelliano non si salva (quasi) nessuno dei protagonisti delle charts anni ’80: “I Can’t Stop The Feeling I’ve Got” e “Los Angeles Waltz” paiono dei remake del John Cougar di “Scarecrow”, mentre su “Back To The Start” si odono gli echi perfino degli australiani Men At Work, quelli di “Down Under”. Fra l’altro: il sound di “Razorlight” è notevolmente penalizzato dal fatto che Johnny Borrell si sia fatto mixare la voce a un livello inusualmente – e incongruamente – alto rispetto agli altri strumenti. Colpa, forse, dell'ambizione e degli azzardi che può indurre a fare quando si trova ad essere smisurata e incontrollata…
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06/09/2006 -
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