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La nuova opera di Massimo Bubola - che si compone d’un elegante pamphlet e di un cd allegato - suggerisce, una volta di più, quanto polimorfa e variopinta sia la creatività dell’autore veronese.
Non contento di aver recuperato con gusto ed originale scelta di tempo le tradizioni profonde dei canti di guerra nel suo recente “Quel lungo Treno”, Bubola dà ora alle stampe “Neve sugli Aranci”, pregevole zibaldone di poesie, lettere e canzoni.
In una raccolta di pensieri elegantemente illustrata nel raffinato bianco e nero delle fotografie che lungi dal costituire mera suggestione sono piuttosto elemento irrinunciabile e perciò essenziale del tessuto stesso dell’opera, Massimo Bubola infila, l’una sull’altra, tredici differenti perle d’una scintillante collana.
In un progetto che sta giusto a metà fra cd e libro, dunque, Bubola distilla sapientemente una miscela poetica che è ambra e gomma di susino insieme, gemma verde che spacca la scorza rugosa delle classificazioni, qualunque esse siano o avrebbero dovuto essere.
Che sia perciò l’ermetismo affumicato di “L’uno, L’altro” o piuttosto il profumo policromo di “Massimo dì le tue preghiere”, quello che veramente colpisce, al di là di qualsivoglia altra valutazione, è l’elegia profonda che attraversa i componimenti, ricchi d’immagini e suoni, rime e ritmi, interpretati in modo efficace dalla voce di Bubola che ora accorata, ora guizzante, tesse la tela di una lusinga in musica.
Poesia incorniciata dalle note, questa la miglior definizione per Neve sugli Aranci, dolce bruma notturna che carezza, nelle assonanze e nella musicalità congenita delle parole, la mente dell’ascoltatore, fresco tintinnìo di sillabe che, nel mutare delle forme, seduce e cattura.
Poco conta, quindi, che i frammenti di “Neve sugli Aranci” si manifestino come poesie recitate su di un tappeto melodico, lettere musicate o canzoni, perché ciò che abbaglia è quella sottile reverie che luccica come una fiala dorata e distilla un canto che è culla della memoria, fresco monologo celebrativo delle radici e del ricordo.
Ecco dunque comparire dalle ombre “Arquà, Praglia, Monselice e poi là in fondo Abano”, ecco scoprirsi lentamente, come fra le pagine d’un romanzo, il mondo perduto dell’infanzia, “le mappe dei corsari sul Mare dei Sargassi” e quell’armonia smarrita per sempre a cui l’autore anela come al disiato porto, al buon rifugio che finalmente lo proteggerà, lo custodirà, risparmiandolo dalla pioggia vile e dai marosi mugghianti della corruttela futura.
Strugge la lirica di Bubola e vola letteralmente da un piano all’altro, da un mondo all’altro, apre spazi incontaminati con un’efficacia, una forza che rinvigorisce il linguaggio, la trama stessa del verbo facendone seta, argento…rimembranza.
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