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Non capita tutti i giorni di imbattersi in un album per solo basso come Unveil di Mark Dresser e le ragioni sono ovvie. Generalmente spetta ai pianisti e più di rado ai chitarristi cimentarsi in una impresa che, a conti fatti, potremmo definire titanica, poiché questi strumenti permettono una più vasta gamma di approcci sonori cui, il goffo contrabbasso, nato più che altro per sostenere la base ritmica e l’improvvisazione solistica, sembra a volte essere estraneo. Mark Dresser, d’altro canto, ha già ampiamente sperimentato le potenzialità di questo strumento, ma ora pare che la tecnologia sia intervenuta in suo favore, con sofisticati sistemi di registrazione e disposizione dei microfoni, che ne arricchiscono prodigiosamente l’inventiva e il virtuosismo tecnico. Grande musica, dunque, impreziosita da una esecuzione magistrale e resa pura, vibrante, nitida da una registrazione a dir poco “perfetta”. Per chi sia abituato ad ascoltare Dresser in compagnia di altri musicisti (si pensi ad esempio all’ottimo lavoro, uscito quasi in contemporanea, del trombettista Herb Robertson, “Elaboration”, dove Dresser la fa da padrone), sembra quasi di trovarsi di fronte ad un'altra persona. Unveil è un album straordinario, che richiede un ascolto vigile e concentrato e lascia esterrefatti: un’indicibile avventura alla scoperta di uno strumento affatto facile, all’interno della sua fisicità, fatta di suoni a volte cavernosi a volte tesi e vibranti, di riverberi ipnotici, drones ottenuti attraverso “strappi” improvvisi e sofferti delle corde o attraverso la pressione delle dita sul legno; un’esplorazione timbrica che sa di “ricerca contemporanea”, un viaggio fra suggestioni sonore all’interno di mondi sconosciuti, tutti racchiusi fra le pareti dello strumento, cui Dresser ha sapientemente applicato un complesso sistema di pickups atti a catturarne le più intime intonazioni, il respiro profondo. Ma Unveil è anche un viaggio all’interno della creatività musicale, ovvero delle iperboliche architetture dello spartito, concepito come una stretta rete di connessioni, anche psicologiche, fra le varie parti dello strumento; corde premute e rilasciate, pizzicati vorticosi che spaziano da un estremo all’altro della scala tonale, archettati dodecafonici, viluppi ritmici, strutture sonore intese in modo minimalista, come spazi microcosmici che, sovrapponendosi in modo apparentemente casuale, generano a loro volte spazi macrocosmici, ovvero sinfonie dilatate, magniloquenti. Ma il suono sa essere anche popolare e viceversa meditativo: il corrispettivo di chitarristi come Micheal Edges e Steve Tibbetts al contrabbasso. E ancora, matasse di linee che si intersecano, accavallano o disperdono per generare dialoghi la cui interazione autoreferenziale è simile ad una danza: il musicista chiama, lo strumento risponde. I riferimenti più o meno espliciti a virtuosi del contrabbasso come Sconadibbio (cui è dedicato un brano), Israel Cachao Lopez (il cui influsso è evidente nel brano “Bachaonne”, che nasce come un’improvvisazione disorganica, alla Ornette Coleman, su di un tema di Bach, per terminare poi con un sound tipicamente latino-cubano), Fernando Grillo, Barry Gray, William Parker, Barre Philips, ecc. sono sapientemente filtrati all’interno degli 11 brani, che mostrano quanto sia ricco il repertorio artistico di Dresser ed esclusiva la sua “ricerca sonora”, che è anche, anzi soprattutto, “avventura umana”.
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