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Il vuoto, l’assenza, ciò che non c’è, o non c’è più, o ciò che potrebbe esserci ma che non si riesce a vedere: forse sono proprio queste “non presenze” a caratterizzare il nuovo disco del Boss. Una casa in fiamme, un giorno di solitudine aprono The Rising. Un “Lonesome day” , quasi un giorno senza confini di tempo, indefinitamente dilatato, per lasciare al protagonista un senso di vuoto. Il protagonista è allora il primo “assente”, quel Nothing man, un disilluso che dichiara con disarmante coraggio di essere “quell’uomo che non è niente”, o forse che non è più niente. E’ lui stesso a leggere con sorpresa “il suo nome sul giornale locale”. Su come la sua “vita è cambiata per sempre”. Sembra uno dei tanti fantasmi che affollano il disco. Forse vittima di quelle fiamme che lo hanno inghiottito (Into the fire), portandolo più su, più in alto. Quest’ultimo è l’unico riferimento diretto ai fatti dell’11 Settembre, con quella scalinata percorsa verso “il buio della tua tomba di fumo”. Non poteva resistere Springsteen, a cantare la tragedia di un eroe qualunque, uno dei tanti pompieri soffocati dall’inferno delle Torri Gemelle. Uno come i tanti che già il Boss in passato aveva cantato, ma senza celebrazione. C’è spazio solo per una preghiera da un uomo ad un altro uomo, che corre coraggiosamente il rischio di cadere nella la retorica (“Possa la tua forza darci forza, possa la tua fede darci fede, possa la tua speranza darci speranza, possa il tuo amore portarci amore”), e alla fine si salva grazie all’accento scarno e disincantato della voce di Springsteen. I fantasmi sono i tanti “you” che non ci sono, che si aspettano, come il giorno di sole di Waitin’ on a sunny day, che hanno lasciato solo una lugubre impronta sul letto (“Solo una vuota impressione nel letto dove dormivamo”), che si sognano tra le proprie braccia (Mary’s place), o in un Paradise che però si rivelerà tragicamente “empty”, vuoto; o ancora che si vogliono incontrare “sul crinale”che si erge fra mondi separati (Worlds Apart), oppure semplicemente un po’ più in là , “più avanti lungo la strada” (Further on up the road). Figure “assenti”, oramai “missing”, scomparse (You’re missing). Dove sono finiti tutti? “Non vedo niente davanti a me, non vedo niente che arrivi da dietro” (The rising), “la porta della chiesa è spalancata” l’organo suona ancora, ma “i fedeli non ci sono più”. (City of ruins). Il primo pensiero è che tutto e tutti si siano forse dissolti tra quella polvere che ricorre spessissimo nelle righe delle canzoni, e che ci sia un gran bisogno di una pioggia purificatrice, (“Lascia che piova, lascia che piova, lascia che piova!”), che lavi via tanto sporco, tanto nulla. Ma, a scrutarlo bene, che cielo è, il cielo della “rinascita”? “Il cielo stava crollando, striato di sangue” (Into the fire). A tratti è semplicemente un cielo che fa piovere ma, come può piovere, se “non c’è una nuvola in cielo”? (Waitin’ on a sunny day). Forse non è cambiato niente, d’altronde “il cielo non si muove”, è sempre di quel suo “incredibile blu”, ma è un cielo assurdo, di tenebra, e dolore, d’amore e di lacrime, di gloria e tristezza, di misericordia e di paura, di memoria e ombra, di cielo e di nostalgia, vuoto eppure cielo di pienezza (The rising). C’è tutto e il suo contario, sopra le teste di The Rising. Ma, a tratti sembra solo un cielo vuoto (Empty sky): “mi sono svegliato questa mattina, col cielo vuoto”. Quasi logico che due anime differenti, due sguardi diversi, due mondi lontani (Worlds Apart), siano invariabilmente troppo lontani. Ancora una preghiera, laica, quasi da pelle a pelle; “Che i vivi ci lascino entrare prima che i morti ci facciano a pezzi” . Dov’è finita la speranza di cui si diceva all’inizio? Dov’è finita l’anima ribelle di Tom Joad? Il timore è che si sia persa tra i dirupi della “città in rovine”. Ma non è così. C’è un profondo senso di rinascita che tutto il disco vuol lasciare trasparire. E’ tangibile nel refrain appassionato di The Rising (“Andiamo, è il momento di sollevarsi!”), in quello rabbioso e generoso di City of ruins (“Come on rise up!”), nel ricordo mai sbiadito di Born to Run citata da Further on up the road: “Una mattina ci alzeremo nel sole”. Nella speranza indomita che si fa largo ad alta voce in Mary’s place (“aspetto l’urlo della folla”), o in Lonesome Day (“troverò il modo di passare questo giorno di solitudine”). Nell’attesa di uno splendido giorno di sole che prima o poi deve arrivare. E’ questa alla fine la visione di The Rising, la speranza di avere la forza (City of ruins), la forza di farcela: “Emergo di colpo dalle onde, e sento il sole in faccia”. O almeno di averci provato.
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