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C’è qualcosa, nella musica dei Cappello a Cilindro, nella voce sofferente di Emanuele Colandrea, che ti spacca il cuore. Dal primo ascolto - per poi innescare un crescendo vertiginoso ad ogni ripetizione - i pezzi del loro nuovo “Per Non Rallentare” sembrano raccontarti storie così ovvie, vecchie ed intime da sentirle ogni volta riesplodere nell’anima senza chiedere permesso. Familiari eppure sempre dilanianti. Ripensi all’anno scorso, a dieci anni fa, alla ragazza del passato, a quella attuale che è il vero Amore, alle “donne magre nella stagione degli eserciti”, ai “vicoli per pazzi dove le parole son vino bianco”, agli amici, ai viaggi, a chi s’è fermato e chi è andato avanti. E l'effetto è tipo quello delle madeleines di Proust. Perché raggiunge con una facilità disarmante l’obiettivo primo dell’arte (sonora): l’incontro, il crocevia, il bacio delle emozioni fra esecutore e fruitore. E’ come quel libro che lo rileggi ogni volta, e ogni volta piangi. Sotto questo aspetto il gruppone di Velletri segna due gran punti: conferma il livello altissimo di “Poeticherie” e va avanti, a spron battuto Altro che. Altro che “restringe il panorama”, altro che “ripetitività”, come ho letto altrove: considerando la casella in cui si collocano, i Cappello a Cilindro sono degli innovatori, dei vivaci, dei burloni con un occhio anche e giustamente attento a rendere un folk-rock spesso autoreferenziale di grande spessore ma anche di grande fruibilità. Sono tipo il clown bianco, quello con la lacrima disegnata sullo zigomo. Che piace, ma ti resta in testa molto più a lungo di quello scalmanato. Perché ti commuove. E “Per Non Rallentare”, se possibile, aggiunge diversi tasselli al puzzle coloratissimo della loro “fiesta” permanente – che poi proprio permanente non è: anzitutto la coppia Scannicchio-De Santis, e in generale gli arrangiamenti di tutta la band, sono enormemente “avanzati”. Più limpidi, puliti, pregnanti, chirurgici. Sentire la swingata e pienissima “Fiesta” o l’essenzialità di “Per Non Rallentare”. Per non parlare della “scatenzatezza” (e passatemela…) dei due pezzi che con “Fiesta” fanno da punto d’equilibrio del lavoro: “Fiesta lato a” e “Fiesta lato b”, con un climax in crescendo da epica opera folk, altro che chiacchiere. Attenzione, però: se il non-luogo eletto dei Cappello a Cilindro è proprio la “fiesta”, nelle parole di Colandrea da festeggiare c’è ben poco e il mood che ti rimane in bocca è amaro. L'assenza dei coriandoli, ecco. C’è infatti, piuttosto, una varietà inimmaginabile e felliniana (e non perché sia citato il motivo di Rota “Amarcord”) di tipi, gente, maschere, problemi, amori, passioni, sangue, polvere e danza. La voce dei Cappello barcolla su un crinale pericoloso, quello che sta dietro il sorriso mellifluo di un bevitore ad una festa: quello delle storie che raccoglie la vita di ognuno di noi, semplicemente le nostre esperienze. E le mette in versi egregi, da mc trapiantato al folk, lontani anni luce sia dal canzonettese che ammazza la canzone italiana da decenni, sia dall’ampollosità tipica di certo folk nostrano davvero insopportabile. Ed anzi si apre pure a spunti più ampi sulla società di oggi, sull’economia, sulla politica colte con sarcasmo nel loro aspetto più triviale. E il bello è che le musiche seguono il cantato su misura, al millimetro. Sia quando si muovono in ambiti a loro familiari, sia quando virano un po’ più verso la ballata (“Dal Vetro”). Va bene che la voce è il primo strumento, ma sassofoni e rullanti qui corrono, sudano e soffrono all'unisono con quella di Colandrea. Molti hanno scritto che spesso la voce si perde e sovrappone nei fiati, senza capire che sta proprio in quella pastosità parte del fascino dei pezzi dei Cappello a Cilindro, dove la voce suona, giustappunto. E non ho neanche – per fortuna! - più riferimenti da tirar fuori: i Cappello, ormai, sono un riferimento. Hanno maturato un sound inconfondibile che li ha portati a staccarsi dai soliti Avion Travel, dal solito (ed inimitabile) Capossela, dalla Banda Osiris o da chi volete voi. Insomma: come spesso contro tutti e tutto, ho percepito un grosso sforzo per avanzare, anche di poco, verso il tentativo di non ripetersi. “Gira l’economia” non sarebbe mai entrato in “Poeticherie”, così come l'omonima ed ipnotica traccia che chiude questo lavoro. Qui c’è, ci sono, e ci stanno benissimo. Significa che i velletrani hanno lavorato (anche) per superare “Poeticherie” – missione davvero non semplice. Esame passato. Con lode.
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