|
Il sottoscritto ultimamente si è trovato travolto dal mare di ristampe del periodo 77-87 che – con ritardo a mio avviso inscusabile – da qualche mese a questa parte le majors del disco stanno riversando sul mercato. Lietamente travolto, s’intenda, tanto da non riuscir quasi ad ascoltare nient’altro in un perverso loop spazio-temporale che mi ha riportato indietro di vent’anni. Del resto, la quantità di materiali sonori riapparsa in circolazione (in formato remastered e talvolta deluxe) è ingente: The Cure, Siouxsie & The Banshees, Ultravox!, Japan, Killing Joke e da pochi giorni anche tutta la discografia di The Jesus & Mary Chain… In linea di massima, risentendoli mi sono autocomplimentato con me stesso (e con il senso critico del mio io teenager). Non mi ero sbagliato la/le prima/e volta/e: “JuJu” resta l’apice di Siouxsie e dei suoi Banshees; dei Japan è da cinque stelle solo “Gentlemen Take Polaroids” (e non il sopravvalutato “Tin Drum”); il primo dei Killing Joke è opera assolutamente in-di-spen-sa-bi-le; e i primi due dei J&MC non risultano datati neanche di un’unghia. Tutto come da copione perciò, se poi in questa mia personale inchiesta retrospettiva non fossero arrivate le 3 ristampe degli Ultravox! – quelli col punto esclamativo – capitanati da John Foxx prima che apparisse all’orizzonte la sagoma nanesca di Midge Ure a prendere le redini del gruppo. Me lo ero quasi dimenticato, quanto fosse stupendo, il loro secondo album “Ha! Ha! Ha!”. Mi si consenta di affibbiargli l’abusatissimo termine di “capolavoro”. Lo è; lo è (stavolta) veramente. Eppure i londinesi “marginali” Ultravox! – John Foxx voce e liriche, Stevie Shears chitarra, Warren Cann batteria, Billy Currie tastiere e violino e Chris Cross basso – giunsero all’appuntamento col secondo disco avendo alle spalle la disistima di tutta la stampa UK e di gran parte della comunità punk del tempo Erano visti – tutto considerato, non a torto – come dei “fasulli”, ex-glam e/o pub-rockers riciclati e saltati sul carro del punk giusto in tempo per siglare un contratto con la multinazionale Island. Inoltre l’esordio eponimo (“Ultravox!” uscito nel marzo del 1977 prodotto da un Brian Eno in questo caso non impeccabile) aveva lasciato adito a parecchi scetticismi: a parte la straordinaria reggaeggiante “Dangerous Rhythm” – praticamente una replica dei Roxy Music – e le kraftwerkiane “I Want To Be A Machine” e “My Sex”, l’impressione era quella di una band indecisa tra il rock’n’roll RollingStonesiano, l’amore per i Roxy e il glam in genere, e una appena abbozzata infatuazione per l’elettronica. Di punk, su “Ultravox!”, c’era poco o niente, forse solo il look austero proiettato da Foxx e soci nell’immagine di copertina. E tuttavia in quel periodo gli Ultravox!, frequentando e suonando nei club “giusti” – come il Nashville e il Marquee – si trovarono giocoforza a contatto con il punk quello vero, di cui assorbirono lo spirito e la “forza”. Il primo risultato di queste influenze fu il nuovo singolo “Young Savage” uscito nel luglio 1977 – e contenuto in questa ristampa di “Ha! Ha! Ha!” come bonus-track - senz’alcun dubbio uno dei pezzi più pogati di quell’anno spartiacque. “Young Savage” ovviamente è pur sempre una punk-track…alla Ultravox!, e possiede una raffinatezza (vedere in particolare le inaudite evoluzioni alla chitarra di Shears) ignota ai loro rozzi contemporanei; possiede però un chorus irresistibile almeno quanto quello di una “Pretty Vacant” nella sua estatica celebrazione del “giovane selvaggio” metropolitano del 1977 londinese. “Ha! Ha! Ha!” prodotto dall’allora neofita Steve Lilywhite uscì nell’ottobre di quell’anno, un album già “post-punk” ante-litteram e pienamente da inserire nel canone. L’inizio è un impetuoso punk-rock tecnologico, che fila come un treno dall’inizio alla fine, ove un Foxx palesemente influenzato dall’altro John (Rotten) - e non più solo da Bryan Ferry – sputa le liriche apparentemente insensate di “RockWrok”, uno dei più immediati incipit mai comparsi su disco rock. “The Frozen Ones” è glam-punk, Bowie all’epoca degli Spiders velocizzato e portato “oltre”, con Foxx che nel descrivere le anime congelate dei ragazzi del ’77 esplora, per la prima volta in modo convincente, il fulcro della sua poetica: l’alienazione percepita dalla popolazione delle periferie delle metropoli, un motivo che su “Ha! Ha! Ha!” (e poi sul successivo disco degli Ultravox! “Systems Of Romance” e sugli album solisti) ricorre spesso. “Fear In The Western World” – caratterizzato dalle distorsioni chitarristiche di Shears – si aggira, con una riuscita lievemente inferiore, sugli stessi territori sonici. “A Distant Smile” è pezzo più complesso - detestato all’epoca dai duri e puri del movimento per l’inizio pianistico quasi prog – che sfocia nella voce gelida e alienata di Foxx che enuncia “Sometimes I Find I Drift Away… Behind A Distant Smile…”: dopodichè è il marasma, il cataclisma, o meglio una eccezionale cavalcata punk condotta da un riffone di chitarra imbizzarrito di Shears. L’elettronica è in primo piano in “The Man Who Dies Every Day”, brano precursore di tantissime cose che sarebbero venute dopo (Gary Numan, Depeche Mode, Nine Inch Nails e chi più ne ha più ne metta). Contemporaneo del Bowie berlinese, “The Man...” possiede però un’anima più robotica e austera: solo un anno più tardi, Gary Numan elaborandone l’idea di fondo avrebbe venduto milioni di dischi. Gli Ultravox! si rifanno aggressivi nella fantascientifica “Artificial Life”, altro pezzo di glam-rock futuristico da cinque stelle, con la sfrontata voce di Foxx magnificata dalla salutare influenza di Johnny Rotten. Ancora un incipit electro per “While I’m Still Alive” che poi diventa un (quasi) ballabile glam-punk indebitato in egual misura a Bowie e a Ferry. Il finale è riservato ad uno dei capolavori “post-punk” di sempre, “Hiroshima Mon Amour”, l’elettronica glaciale ornata da un sax da “torch song” al servizio di una lirica quasi alla Antonioni – e non alla Alain Resnais, se non nel titolo – sul tema dell’incomunicabilità. Assolutamente impareggiabile. E le sorprese di questa ristampa non sono finite, perché tra le bonus-tracks, oltre all’irrinunciabile singolo “Young Savage” di cui si è detto sopra, c’è un altro brano di cui è sconsigliato fare a meno: si tratta della prima versione di “Hiroshima…” apparsa come lato B del 45 giri “RockWrok” e assai diversa da quella più nota. E’ più glam, per certi versi – e più bowiana – accelerata ed anarchica, con la chitarra di Shears che impazza in un muro di feedback, e il pezzo che sembra arrestarsi per poi ripartire nuovamente, con quella sua melodia incredibile… Confesso che dopo tanti anni tra le due versioni non ho ancora deciso quale scegliere, tanto sono belle – e innovative - entrambe. Un disco pressoché perfetto, “Ha! Ha! Ha!”, privo di momenti di stanca. Al confronto il successivo degli Ultravox! “Systems Of Romance” – inciso a Colonia con Conny Plank, quello dei Neu!, ai banchi della produzione – pur essendo più convintamente elettronico e sperimentale, a livello di calligrafia compositiva lascia molto a desiderare. E anche storicamente “Ha! Ha! Ha!” - unico vero anello di congiunzione tra il glam-rock e il post-punk (e i new romantics) - possiede una rilevanza che gli spocchiosi, miopi contemporanei degli Ultravox! (stampa e pubblico) non riuscirono a causa di chissà quali pregiudizi a cogliere, ma che oggi è sacrosanto celebrare. Possibile che ci siano voluti gli Interpol e i Franz Ferdinand per convincere la Island/Universal a ristamparlo?
|