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Si tratta solo di un tributo, è vero, ma il nome dell’artista a cui si riferisce, insieme alla qualità dei personaggi coinvolti, rendono questo disco assolutamente imperdibile e fanno in modo che l’album diventi un piccolo capolavoro di blues minimale ed acustico. John Fahey, grazie ad uno stile unico ed inimitabile, è stato il chitarrista più innovativo e, al tempo stesso, più sottovalutato, della storia della musica americana. Era anche un eccellente “songwriter” e l’ascolto di album di valore assoluto come “Requia”, “The Days Have Gone By” e “Death Chants”, ha prima gettato nel panico e in seguito ha influenzato tutta una nuova generazione di giovani “rocker” e “bluesmen”. Con il passare del tempo e con il diffondersi dell’approccio “low-fi”, tutta la critica musicale specializzata ha cominciato a rivolgere un occhio di riguardo a questo musicista schivo e solitario, che viveva come un eremita all’interno di una casa povera e disadorna, ma che ha gettato le basi per tanto rock alternativo e per tutto il “folk underground” di cui oggi si parla. Questo album è destinato a fare da catalizzatore per quanti volessero riscoprire le opere e lo stile chitarristico di John Fahey, un vero e proprio genio della musica, visionario e iconoclasta come pochi, e proprio per questo archiviato troppo in fretta, e messo da parte. La riesecuzione di brani come “Dance Of Death”, eseguita dai Calexico, come “Sligo River Blues” interpretata da Devendra Banhart o ancora come le “Variation On Commemorative Transfiguration”, ad opera di un grandissimo Sufjan Stevens, restituiscono dignità e rispetto ad un artista scomparso, ad un musicista lontano nel tempo, ma il cui spirito aleggia ancora su tante produzioni di rock contemporaneo. Il progetto porta la firma di M.Ward, che ha lanciato l’idea, ha riunito i musicisti e ha eseguito in prima persona “Bean Vine Blues” uno dei brani più belli dell’intero album. Entusiasti all’idea di partecipare, travolti dalla cruda bellezza del blues atipico ed essenziale di John Fahey, il chitarrista Eric Johnson con i suoi Fruit Bats, Mike Gangloff, chitarra banjo dei Pelt e Howe Gelb, il fondatore dei Giant Sand, che - dopo aver reinterpretato una meravigliosa versione di “My Grandfather’s Clock” - ha dichiarato che “John Fahey suonava la chitarra come se fosse un pianoforte”. E’ dura, lo confesso, immaginare un complimento migliore, in tempi come questi di musica troppo facilmente consumata, e troppo spesso computerizzata. Long Live John Fahey!!!
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