|
Che si sappia: scegliere uno tra i 23 album degli Stones dei 60s ristampati, rimasterizzati e rimessi in commercio in questi giorni, non è cosa facile. E’ certamente imprescindibile il triplo “The London Years”, contenente tutte le A e B-sides pubblicate tra il ’63 e il ’69. Trattasi, però, di una compilation uscita di recente (ossia negli anni ’80) e perciò (solo per ciò) scartata. “The Rolling Stones”, l’esordio a lunga distanza datato 1964, è uno dei miei preferiti, ma visto con occhio obiettivo è d’uopo riconoscervi una certa immaturità. Il medesimo ragionamento vale per “12X5”, secondo LP americano di Mick & Co., mentre i successivi “Now”, “Out of Our Heads” (acquistabile sia in versione UK che USA) e “December’s Children” sono null’altro che raccolte dei singoli all’epoca in voga, più qualche riempitivo. Detto che “Their Satanic Majesties Request” (1967), pur presentando tre-quattro pezzi immensi è troppo influenzato da Sgt. Pepper e dall’hippie sound per rientrare nei canoni rollingstoniani, e che “Beggars Banquet” (1968) e “Let It Bleed” (1969), benchè pietre miliari del rock, possiedono un sound già proiettato nei 70s (e dunque aldilà del confine temporale che mi ero autoimposto), la scelta si è concentrata su due album: “Aftermath” e “Between The Buttons”. Ora, la critica ha sempre prediletto “Aftermath”, uscito nel 1966 e considerato il primo tra gli album dei Rolling Stones realmente compiuto, mentre “Between The Buttons” (uscito un anno dopo) è sempre stato visto come un’operina tenue, troppo pop, troppo vaudeville, ed è stato spesso stroncato in coppia con “Satanic Majesties” per esaltare vieppiù il suono rock/blues dei successivi “Beggars” e “Let It Bleed”. Perché dunque ho scelto “Buttons”? Ok, ammetto che un po’ è per andare controcorrente (insomma: “Aftermath” contiene “Under My Thumb”, “Mother's Little Helper” e “Lady Jane”, e stiamo solo parlando della prima facciata). Ma anche perché “Between The Buttons” è, sì, un disco pop, in cui gli Stones graffiano meno del solito, ma che disco pop! A differenza di tanti dischi di oggi, ciascun brano è perfetto e insostituibile (a differenza di “Aftermath”, dove qualche riempitivo c’è). “A chi servono i giornali di ieri?” chiede Mick nella canzone di apertura “Yesterday’s Papers”, “A chi serve la ragazza di ieri?” E da lì si parte in un viaggio nell’universo rollingstoniano dell’epoca, popolato da ragazze “cosi complicate” (“Complicated”) o “tranquille, calme e raccolte” (“Cool, Calm & Collected”), ragazze che ti sorridono dolcemente (“She Smiled Sweetly”) o si aggirano per i vicoli (“Backstreet Girl”). Siamo in presenza di melodie a volte perfino soffuse (come in “She Smiled Sweetly”), permeate da un’innocenza che fa tanto primi 60s e che gli Stones non proporranno mai più, travolti dalla psichedelia demoniaca di “Majesties” e “Sympathy” e dalle sporche blues e country songs proposte a partire da “Beggars Banquet” in poi. Mi piace, “Between The Buttons”, perché contiene l’idea di un mondo infinitamente semplice, fatto di visite ai negozi di Carnaby Street e di tagli di capelli alla Giulio Cesare o, volendo, alla Brian Jones. Mi piace perché (un po’ come “Majesties” sa di Beatles), “Buttons” è un disco “alla Kinks”, ma i Kinks rivisti e corretti da Jagger/Richards: più bellamente sguaiati dei compassati originali, cioè. Preferisco, fra l’altro, la versione UK a quella USA (ugualmente disponibile): quest’ultima presenta le possenti “Let’s Spend The Night Together” e “Ruby Tuesday” in luogo di “Complicated” e “Backstreet Girl”, e proprio la virulenza dei due hit-singles in questione nuoce al fluire (morbido) dell’album nel suo complesso. Rispettata questa condizione, “Between The Buttons”, lo avrete capito, è un album a cui mi sono davvero affezionato, tanto che a volte mi capita ancora di chiedermi (da perfetto malato) cosa diavolo fosse accaduto a Jagger e soci il giorno prima che scrivessero “Something Happened To Me Yesterday”… Benchè siano passati più di 35 anni, credo che nessuno lo abbia ancora capito.
|