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Ali Farka Touré è un personaggio totemico. Un mito, quasi – forse lo diventerà nel corso delle generazioni, e proprio grazie a questo disco postumo, “Savane”, testamento dolce e delicato della vera world music destinato, più dei precedenti, più dell’ormai iper-celebrato “Talking Timbuctu”, a diventare un classico. O, probabilmente, diventerà un mito grazie alla sua Vita, piena di sofferenza, di musica, di impegno "elementare", nel senso che non poteva essere altrimenti. Dire che in “Ewly” o in “Yer Bounda Fara” o in tutto il resto c’è la musica folklorica dell’Africa nera che si sposa al blues delle origini è poco. E’ troppo poco, è un affronto – che forse non sarebbe andato giù nemmeno allo stesso Ali Farka. Perché stilisticamente sarà anche così - e poi non è vero, c’è un altro alone che circonda i pezzi e che ci ricorda come i generi nati in Africa Occidentale siano dunque due: il reggae della title-track “Savane” - ma simbolicamente si va molto oltre. In un “traffico delle culture” che – dobbiamo mettercelo in testa – è da sempre una cifra dell’attività culturale umana e dell’uomo stesso – giusto Ali Farka era membro dell’etnia songhai, ibridata con quella dei tamashek (touareg) e degli arabi. E' nel dna. Di tutti. Musicalmente, non salta fuori negli anni ’80, non dalle mode, non da Paul Simon. Se Ali Farka fosse nato nel 1900, anziché 49 anni più tardi, avrebbe comunque messo insieme fango e acqua per dar vita, come il dio dei racconti animisti, a qualcosa di nuovo. Fondendo in un unico impasto ipnotizzante, e nel dialetto mali delle sponde del fiume Niger così sinuoso e puntellato da incursioni francesi, le storie della tradizione del Mali, rurali ma anche moderne, riflessioni sulla democrazia, sulla tecnologia, storie di spiriti e di possessioni, di emigrazioni e separazioni. Tutto, in fondo, con una convinzione che fa di Ali Farka un profeta, un predicatore, più che un musicista: "It's not so much the music that's important - amava dire -, as what you're saying. But the music has to be good for people to listen to the words". Però la musica c’è, ed è molto più di quanto stantie etichette ormai sulla bocca di molti che giocano a definire world qualsiasi cosa da quando hanno sentito Compay Segundo e che mai hanno ascoltato il grande chitarrista del Mali, possano dire: il metodo compositivo di Touré era fondamentalmente quello di prendere un riff bluesy secco e squillante e procedere, accompagnato da percussioni etno-allucinogene e da linee di basso iterate, verso una sorta di addizione e al contempo triturazione strutturale per mezzo della quale da una canzone si passa ad una sorta di magnifica cantilena desert-blues (“Penda Yoro”, “Ledi Coumbe”). Che finisce col venire incartata dagli strumenti più particolari e locali, da percussioni profondissime, da voci di sangue. Ed è bellissimo lasciarsi ipnotizzare, volere perdersi, farsi straniare da quella lingua così incomprensibile eppure foneticamente universale ed elegantissima, da quei ritmi che sai, sono genuini, sono i loro, non sono manierati da pataccari riproduttori world. Da quella voce un po’ spezzata ma così alta e accompagnata da altre voci che sembrano una e che sembrano recitare, poi cantare, poi lanciare grida strazianti di dolore, da quel njarka, il violino ad una corda. Dall’essenziale, secca e cullante armonica di Little George Sueref e dal sassofono di Pee Wee Ellis, che guizza vivace di tanto in tanto. E dai veloci attacchi dei riff che lì dietro potrebbe esserci stata la mano di Lee Hooker, o, ancora meglio, di qualche altro che dal delta era passato a Chicago imbastardendo il blues. Poco da aggiungere perché il senso di questi lavori – anzi, di questi artisti – sta in tre elementi: nel mood che costruiscono, nell’intento da cui partono, nel peso di quanto cantano. Sotto tutti e tre gli aspetti, Ali Farka Touré era un peso massimo. E lo era – ma, non so se riesco a spiegarmi, è un aspetto paradossalmente secondario rispetto alla tecnica, qui si parla di umanità – nell’incarnare quel che il blues, da sempre, significa: l’ancestrale e drammatica ma inevitabile, e per questo necessaria, tensione fra passato, presente, e futuro. Una lacrima in cui c’è il Mondo. Africano.
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