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Field Music
Field Music
2005
Memphis Industries
di Mauro D'Alonzo
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Il music business, come tutti i business, è spesso spietato e ingiusto e, soprattutto nei confronti delle firme del pop, ha un atteggiamento schizofrenico che dispensa successi e flop con scarsa logica. Ad esempio, gli alfieri del sunshine pop riescono sempre a librarsi dall’anonimato, mentre i rappresentanti del filone più sofisticato e cameristico raramente conoscono il successo e vanno al di là del plauso della critica. Questo destino è toccato negli ultimi anni anche ad una band storica come gli Xtc e pertanto si possono immaginare gli scongiuri con i quali i fratelli Peter e David Brewis ed Anthony Moore accolgano i paragoni che li mettono costantemente a confronto con i maghi di Swindon. Gli accostamenti d’altra parte sembrano più che giustificati e testando le tracce di questo brillante esordio è inevitabile innescare la memoria e far riaffiorare le celestiali note che hanno caratterizzato capolavori come “Oranges & Lemons”, “Nonsuch” e “Apple Venus Pt. 1”. I Field Music e gli Xtc sono accomunati dalle origini britanniche, benché ai primi i natali siano stati dati da Sunderland (Inghilterra nord-orientale) mentre i secondi hanno trovato terreno fertile nelle campagne meridionali del Wiltshire. E sul piano artistico l’intesa è sancita da un identico approccio che punta ciecamente sul formato canzone e lo plasma all’insegna dell’amalgama sonora. In sostanza, la costruzione di un brano non termina con l’individuazione della melodia vincente, ma è una lunga gestazione irrorata da continui innesti sonori. Questa è la formula che ha decretato il successo di “Wrapped In Grey” e “Easter Theatre” e questa è la chiave che spiega ora la forza di “If Only The Moon Were Up” e Pieces”. Tra i due gruppi, peraltro, emergono delle analogie pure da un altro punto di vista. Per l’uno e per l’altro, infatti, la formazione avviene in un clima fortemente condizionato dalle pulsioni del punk: nel caso degli Xtc, quello primigenio che ha rischiato di seppellire definitivamente il rock sotto un cumulo di macerie, nel caso dei Field Music quello revivalistico che, da qualche tempo, sta cercando di risvegliare l’interesse per le asprezze di fine anni ’70. L’esito è un disco nel quale delle ottime armonie incrociano la spada con l’essenzialità della new wave. Più riflessivo in alcune situazioni, più abrasivo in altre, ma sempre capace di incastrare umori di segno diverso nel breve volgere di pochi minuti, come un pezzo del calibro “It’s Not The Only Way To Feel Happy” dimostra ampiamente. “Field Music” è stato modellato con molto fioretto e poca clava e inanella una serie di gemme che si attestano su standard qualitativi ben al di sopra della media. Andy Partridge apprezzerà. Alla faccia del music business.
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06/07/2006 -
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