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Meritoria operazione da parte della Ryko Records, che riporta alla superficie il materiale inciso da una delle più singolari formazioni degli anni 0ttanta, i Plasticland, che sono qui antologizzati in un CD della durata di circa settanta minuti. Provenienti dalla città di “Happy Days” (nonché dei Violent Femmes) ovvero Milwaukee nel Wisconsin, Glenn Rehse (voce, chitarra e tastiere) e John Frankovic (voce e basso) rinnegando una precedente passione per il prog e per il kraut-rock diedero vita ai Plasticland intorno al 1982, proponendosi di resuscitare il sound psichedelico UK in technicolor del 1966 e 1967. Mero revival, quindi? Loro, i Plasticland, giurarono di no, e anche il biografo Nigel Cross nelle note di copertina di questa “collection of” asserisce che il multicolore combo del Wisconsin intese ridare nuova linfa alla psichedelia giovandosi di tecnologie che negli anni sessanta non c’erano e agendo nell’ambito delle ricerche post-punk dell’epoca. Io non ne sono così convinto: su una cosa, però, io e Cross – e Rehse & Frankovic – concordiamo: che i Plasticland furono al tempo una band pressoché unica che – benché di volta in volta incasellata da una critica pigra nei filoni del new garage alla Fuzztones e del ritorno alle radici alla Rain Parade – rappresentò una sorta di “one-off” senza pari né seguaci. Nel riportarne la storia, “Make Yourself A Happening Machine” attinge a piene mani da tutta la loro discografia, con prevalenza dei primi singoli ed EP - non è qui però contenuto il singolo d’esordio “Mink Dress”, per motivi di licensing rinvenibile solo sul box “Children Of Nuggets” della Rhino – e dei due album iniziali “Plasticland” e “Wonder Wondeful Wonderland”. Ne emerge lo spaccato di un gruppo infatuato della psichedelia britannica in zona Tomorrow, Pretty Things, e Status Quo periodo “Pictures Of Matchstick Men”, e che solo occasionalmente – ad esempio sulla scintillante “Posing For Pictures” così “urgentemente” new wave – sembra ricordarsi di vivere nella penultima decade del Secolo Ventesimo. Particolarmente efficace, andando a scandagliare nel caleidoscopio di invenzioni sonore e melodie zuccherose che i Plasticland proposero senza posa fino alla loro implosione di fine anni ‘80, è la cover di “Magic Rocking Horse”, anziano brano della misconosciuta formazione britannica Pinkerton’s Assorted Colors, riarrangiato alla perfezione da Rehse e Frankovic e consigliato di cuore a chicchessìa si accosti per la prima volta al genere psichedelico. Come altresì da ascoltare è “Gingerbread House”, che potrebbe essere una outtake da “The Madcap Laughs” dell’indimenticabile diamante pazzo Syd Barrett. Ebbene sì: probabilmente fu solo revival, ma fatto con talento, professionalità, un’encomiabile dedizione e, soprattutto, tanta tanta passione per il soggetto prescelto. Da riscoprire.
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