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Elefant
The Black Magic Show
2006
Kemado/Hollywood
di Stefano De Stefano
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Diciamoci la verità. Oggi c’è un filone vero e proprio che, partito dalla riverenza verso i padri di un certo rock obliquo, è riuscito a darsi una sua autonomia e un suo standard che, nel bene o nel male, viene oggi riproposto con un determinato taglio a seconda della band. Cure, Joy Division, Stooges e Smiths sono dei riferimenti che sempre più hanno portato a una forma ibrida che si nutre di new wave e approccio post punk. Killers, Franz Ferdinand, Editors e Bloc Party: tante band che hanno saputo declinare in un modo o nell’altro il genere meticcio che ha preso piede negli ultimi anni. Gli Elefant non sono da meno. Al loro secondo disco confezionano undici canzoni che si nutrono di melodia e di suggestioni legate al punk e alla new wave; canzoni che ti fanno ballare e magari mandare giù a memoria un ritornello killer, sempre però con un retrogusto amaro, obliquo e oscuro. Figli degli anni Ottanta. O semplicemente figli delle mode. Fatto sta che pezzi come “Uh Oh Hello” e “Why” hanno la capacità di riportare direttamente indietro di venti anni almeno, con una certa nostalgia verso l’uso dei sintetizzatori e di melodie disperatamente epiche. “Lolita” sembra invece un pezzo rock uscito da un disco dei Depeche Mode, con una batteria incalzante e una melodia classica condita da chitarre aggressive e sintetizzatori che ricamano sul tessuto del suono. E l’attacco di “Black Magic Show” non è da meno, partenza rallentata e poi accelerazione tra Joy Division e Cure; tra le due canzoni si insinua una delle migliori di tutto l’album. “Sirens” è la quintessenza del post punk - new wave sound: potente, epica, chitarre taglienti e voce impostata che contribuiscono a rendere il pezzo estremamente attuale, da vero e proprio revival. Sembra di ascoltare gli Editors, un’altra delle nuove band che hanno saputo ritagliarsi un preciso spazio nell’attuale panorama indie. Il quartetto di New York guidato da Diego Garcia, origini argentine, sembra aver capito perfettamente da che parte stare: il sound di questo disco è molto rock, potente ed energico ma l’anima è scura, radicata nella disperazione wave dei Cure. Non inventano nulla, questo è un dato di fatto; ma nonostante qualche pezzo scialbo come “Brazil” il disco si lascia piacevolmente ascoltare e scorre via senza troppe pretese di stupire. Da segnalare anche l’efficacia di “My Apology” e “It’s A Shame”, veri e propri tuffi nel sound e nell’atmosfera di genere, mentre “Don’t Wait” chiude in modo smussato e raffinato un album che fa il suo dovere senza nulla aggiungere a quanto è stato già recentemente detto. Meglio dei debutti di gente come We Are Scientists e Black Wire ma inferiore per intenderci a The Back Room degli Editors. Vale la pena dargli più di un ascolto perché ci sono almeno 4 o 5 pezzi memorabili. Per i nostalgici e i nuovi modaioli che guardano al recupero del passato.
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21/06/2006 -
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