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Tipica faccenda di talento che non riesce a sostenere le ambizioni, la storia dei Manic Street Preachers. Si erano presentati al mondo, nel ’91, armati della presunzione di poter rivoluzionare il mondo del rock, intrisi di vetero-situazionismo e stili glam, un misto di Clash, Pistols e Guns’n’Roses. Restarono invece al palo, surclassati senza pietà dai Nirvana di “Nevermind”, quello sì, un nuovo paradigma che avrebbe condizionato (e condiziona) la musica moderna. Al confronto, l’album d’esordio dei Manics “Generation Terrorists” fu un flop senza mezzi termini, tanto pomposo quanto inefficace. E siccome i treni passano una volta sola (o quantomeno una volta a decennio)…Semplicemente l’allora quartetto gallese non sapeva roccare e rollare: quanta più veemenza ci mettevano, tanto peggio gli uscivano le canzoni, era evidente. E purtuttavia, il suddetto album evidenziò anche che, se i Manics possedevano un briciolo di talento, questo risiedeva non negli inni incendiari alla “You Love Us” (che puzzavano di riciclo) ma in una buona propensione a scrivere morbide canzoni melodiche. “Motorcycle Emptiness” (contenuta anche in questo Greatest Hits) ne era e ne è un fulgido esempio: una delicata canzone dal morbido incedere, una melodia malinconica come solo gli inglesi (e a volte anche gallesi) sono capaci di comporre. Da quel ’91 ad oggi, di tempo ne è passato, ma la sostanza delle cose, no. I Manics, ridotti a trio dopo la “misteriosa” scomparsa del loro bassista ed uomo immagine Richey Edwards, sono divenuti una band molto popolare in UK, anche se restano dei semisconosciuti pressochè ovunque. Forse li conoscono a Cuba; di certo non negli USA e neanche in Italia. Sono oggi, a mio parere, una buona band da utilizzare ad uso dei “pre-teens” come pietra di guado tra ascolti alla Westlife e cose più degne. Ma nulla di più, e il Greatest Hits in questione è impietoso nell’evidenziare pregi e difetti della band gallese: tra i primi, gli zuccherosi e a tratti belli “The Everlasting” e “If You Tolerate This Your Children Will Be Next” (gran chorus) tratti entrambi dal penultimo “This Is My Truth Tell Me Yours”; la beachboys-iana “So Why So Sad” tratta dall’ultimo “Know Your Enemy”. Tra i difetti, basta citare la penosa cantilena di “Tsunami” e le verbosissime e inutili “La Tristesse Durera (Scream To A Sigh)” e “The Masses Against The Classes” per rendere l’idea. (E non sono niente di che, va detto, i due brani inediti qui proposti). In questo oceano di mediocrità, due soli pezzi si stagliano a ricordarci che i Manics volevano, e forse avrebbero potuto, essere ben altra cosa dal “gruppazzo tra tanti” che sono, in definitiva, diventati: la succitata meraviglia di “Motorcycle Emptiness” e il singolo “Suicide is Painless”, altresì noto come “Theme from Mash”, cover dal film di Altman, realmente superba e che certamente troverà in futuro un posto tra i “Golden Oldies” degli anni 90. E neanche sul piano dell’immagine va meglio: James Dean Bradfield ha una gran voce ma il look (per utilizzare l’improperio che un fan deluso gli rivolse dalle pagine del NME) di “un elettricista disoccupato di Hartlepool”, il batterista sembra un minus habens e il bassista e lyricist (che si fa chiamare – ha ha ha – Nicky Wire) con quella faccia potrebbe avere una carriera assicurata come modello per la Mattel. Da qualsiasi parte la si guardi, c’è poco per considerarli in prospettiva storica tra i gruppi basilari del rock recente. Ma una nota a piè di pagina, bè, quella ai Manics non gliela leva proprio nessuno.
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