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Metti che uno passa tutta la settimana (da mesi, anni) davanti ad un monitor. Si sfascia gli occhi. Decide che il giorno dopo, no, il giorno dopo si va al mare, in montagna, a passeggio, al mercatino, al cinema. Gelato, scooter, autobus, bicicletta. Dovunque, ma non davanti a quello schermo. E si spegne pure il telefonino. Non so se Luigi Salerno abbia fatto così, ma quel che potrebbe uscirne fuori – se protagonista di questa immaginifica passeggiata fosse qualcuno con l’anima di cantautore in nuce - è senza dubbio un lavoro come “La Giostra”. C’è un sostantivo che Baudelaire ha utilizzato spesso per darci l’idea del “sorvolatore cittadino”, dell’esploratore discreto ma attento della sfocata realtà urbana in movimento: flâneur. Sbarazzino e sornione, il cantautore di Alba è - se promettete di prendere questa attribuzione cum grano salis – perfetto interprete di questa figura attenta alle incrinature, alle bellezze ma anche alle ombre del quotidiano cittadino. Un curioso un po’ pigro, un po’ geniale. E il suo disco è niente altro che una finestra aperta, fra ritmiche finemente tessute e sprazzi multiformi, sulle curiosità di una giornata trascorsa a passeggio per una grande città rimuginando sull’ultimo screzio con la propria donna, sulle strade che si stanno attraversando. Ma anche e contemporaneamente sulle domande lancinanti che ognuno condivide e sul cielo che ci sovrasta e sul cuore che si schianta in tre parti per tante e tante ragioni diverse. Tutto ciò, però, confezionato da arrangiamenti molto (ed apparentemente) “leggeri”: nel senso che riescono a presentare un cantautorato anti-intellettualoide (deo gratias!), senza velleità di poeta vate ma semplicemente volendo “vestire il cielo di colori” ed offrirlo a qualcuno. Myricae, insomma. Epifanie musicali (peraltro i pezzi sono tutti abbastanza e giustamente brevi) che rivelano un momento, una sensazione. Anche solo un pensiero. Un mazzolino di canzoni sistemate su registri – qui sta il dato che fa di questo disco un gran bel disco - anche notevolmente distanti fra loro: dagli accenni ska di “Un Altro Giorno” ai tempi sostenuti di “Quello Che Penso Di Te” passando per l’intimismo mai forzato di “Anima Che Non Ha Pace”. E per la divertentissima “La Giostra”: scortata da quel fondo iterato e luminoso come le luci di un vero luna-park, si slancia poi verso un’affascinante arrampicata fra swing e marcia. Evitando accuratamente derive folk e soprattutto dando una cifra ben chiara e differente ad ogni pezzo dell’album (finendo con l’utilizzare più volte addirittura la programmazione, come in “Teneramente”). Il fatto è che il disco di Luigi Salerno è un po’ il regalo (senza ricorrenza accoppiata) che avresti sempre voluto regalare alla tua ragazza, magari proprio in questo periodo. Quando i primi caldi intensi cominciano a straziarti, e servono “carezze dolcissime che un po’ ti confondono”, prendendosi sul serio fino ad un certo punto. E’ chiaro, però: aprendo la forchetta dei registri in maniera piuttosto ampia, il disco di Salerno è il classico lavoro che rischia di colpire e piacere “solo in parte”. Rimane ad ogni modo la sua abilità – quasi cinematografica – di catturare sequenze tautologiche ed elementari incastonandole in tante mini-suites delicate, vivaci e pulite, tecnicamente impeccabili. D’altronde già una canzone intitolata “Fischietto”, con quel sax contralto ammiccante, segnala, senza troppi giri, la freschezza di un approccio simpatetico ma intenso alla Realtà messa in Musica.
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