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Letteralmente sarebbero ”gli affabulatori”, praticamente sono la nuova band messa su da Jack White insieme a Brendan Benson, con il supporto di Jack Lawrence al basso e di Patrick Keeler alla batteria, che sarebbero poi la sezione ritmica dei Greenhornes. L’album trasuda elettricità e blues da tutti solchi e risponde probabilmente all’esigenza di Jack White di tornare sulla strada maestra del rock dopo tanto recupero di “country roots” nell’ultimo disco come White Stripes. A dire il vero, anche in questa occasione si sente sapore di radici, ma sono quelle del rock dei primi anni Settanta che “flirtava” con il blues e coniugava le sferzate elettriche della chitarra con le cadenze lente e possenti della musica del Diavolo. Per meglio portare a termine questo progetto Jack White si è affidato ad un doppio “songwriting”, il suo e quello di Brendan Benson, con cui condivide anche le responsabilità della sezione vocale e del “guitar work”. Un altro duo nella storia del rock and roll, un po’ come Jagger-Richards e Lennon McCartney , sulle tracce di Plant-Page e di Tyler-Perry per un hard rock devastante e bluesato come quello di “Steady As She Goes”, che apre l’album, un brano che entra subito in testa e nelle viscere. Stesse sonorità elettriche, stesse chitarre mozzafiato per “Hands” in cui emerge anche una chiave melodica tipicamente “sixties”. “Broken Boy Soldier” è una cavalcata hard rock dagli echi zeppeliniani, carica di tensione, evocativa e potente. Su “rock ballads” più rilassate come “Intimate Secretary”, “Yellow Sun” e “Call It A Day” ascoltiamo invece un blues acustico infarcito di psichedelica, proprio delle bands della West Coast di fine anni Sessanta che ce l’avevano su con i Beach Boys, ma tutto viene raccontato con nuova freschezza. “Together” è una ballata acustica, delicata e struggente, eseguita a due voci, a dire poco, bellissima. Su “Level” e “Store Bought Bones” invece trovano ancora sfogo e corretta espressione le chitarre elettriche che si divertono a disegnare “riff” roboanti e insidiosi. Ma forse, sul piano strettamente musicale, il vero capolavoro è quella “Blue Veins” che chiude il disco, un brano che non ha le potenzialità di “hit” come “Steady As She Goes”, per esempio, ma che riesce nell’intento di riconciliare la nostra anima con il Blues, quello autentico, quello vero, con quelle note sofferte di piano e chitarra che accompagnano una sezione vocale da brividi.
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