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“Le strade di New York, un labirinto fatto di ferro ed ossa… Arrivano a milioni, l’hippy, il principe e il clown / Arrivano perché sanno che qualcosa sta finendo”. Benvenuti nella testa di Willie Nile, rocker nato a Buffalo ma adottato da New York e poi entrato di diritto nel novero dei rock writers della scena del rock del Village alla fine degli anni ’70. Sono passati 26 anni dal suo primo lavoro uscito proprio nel 1980, e a distanza di tanto tempo la tempra e la sostanza non sembrano cambiati, e ne è prova questo lavoro Streets Of New York, quasi un omaggio alle strade della Grande Mela, alle sue piazze ma anche ai suoi anfratti, ai suoi giorni e alle sue notti. Ben sette sono invece gli anni trascorsi dal suo ultimo lavoro in studio, a conferma di un artista al quale evidentemente piace mettere in circolo la sua musica solo e se sia pienamente convinto della qualità e della validità. Nella testa e nelle corde di Willie Nile ci sono 30-40 anni di mainstream rock americano. Un concentrato nel quale le suggestioni, i rimandi e le citazioni si confondono, a tratti si perdono ma anche si valorizzano a vicenda. Un pregio quindi che può rivelarsi per certi aspetti un limite, per quanto sia stata sempre una scelta consapevole, quasi un’urgenza. L’attacco è Welcome To My Head, un benvenuto energico e senza fronzoli, “make yourself at home” fate come se foste a casa vostra, è rock genuino, quadrato. Il riff di chitarre e mandolini di Asking Annie Out conferma un sound a chitarre spiegate, dove melodia e elettricità si mescolano e tirano il treno. Il primo guizzo da fuoriclasse arriva con Game Of Fools, gustoso mid/time con ospite di lusso rami Jaffee dei Wallflowers al B3. Siamo dalle parti del Mellencamp più elettrico (non a caso suona Andy York, già al cospetto del “giaguaro” John), e degli Heartbreakers, e il registro della voce di Willie Nile, impostato sui suoni alti ricorda a tratti proprio il miglior Tom Petty. Poi arriva Back Home, e il ritorno a casa è sulle tracce dell’inconfondibile sagoma del maestro, Bob Dylan.: “Sono nato un giorno, sul presto, un martedì mattina”. L’incedere è quasi sfrontatamente dylaniano, al limite del “plagio”, con quel back home, ripetuto nell’inciso che cita decisamente I Want You del menestrello di Duluth. Ma è tutto il brano, l’incalzare delle immagini e delle parole, anche la carica visionaria, a volte le parole stesse (“I’ve stared into the void stood in line with the unemployed / Got so very paranoid tryin’ to find my way back”), che rimandano a Dylan. Le strade di Willie si muovono tra promesse dure a crollare (When One Stands": “quando uno resiste tutti resistono” che lo stesso Nile ha definito un reggae come lo farebbe Bob Marley oggi, se fosse vivo) tipiche del songwriting americano, e fantasmi in carne ed ossa, altrettanto tipici come Bo Diddley, che si materializza a Washington Square in The Day I Saw Bo Diddley in Washington Square (alla quale partecipa un altro “Wallflowers” niente di meno che Jacob Dylan). Quest’ultimo pezzo con toni festosi quasi da ballata irlandese, e piazza Washington popolata da un nutrito stuolo di personaggi: il cieco che ride mentre dorme su una sedia, i membri del congresso incatenati alla loro poltrona, gli “orfani e i reietti per i quali nessuno si preoccupa”. Anche il suono lo definiremmo urbano e continua a reggersi tra armonie e passaggi pop come Best Friends Money Can Buy, o ballate sostenute come On Some Rainy Day, e i passaggi melodici restano quasi sempre centrati, anche quando il ritmo sale. Tra i riferimenti più espliciti alla realtà dei tempi nostri, Cell Phones Ringing (In The Pockets Of The Dead), che racconta del dopo attentato terroristico di Madrid del 2004, coi cellulari che suonavano sopra i corpi senza vita delle vittime, mentre Police On My Back è una cover omaggio ai Clash. E’ la metropoli infinita a passarci davanti, senza volercene far una colpa dei suoi drammi e delle sue piccole sconfitte, a tratti noncurante dei destini dei suoi abitanti, anche se di questi destini sopravvive. Nile non osa mai troppo, forse perché il racconto complessivo non lo richiede, forse perché non è nelle sue corde, un po’ il limite di cui si diceva all’inizio. Eppure, il viaggio è piacevole, comunica energia, è rock. Poi arrivati ai confini del giorno, quando la grande città si veste di scuro, il nostro rocker poggia la chitarra, e si siede al piano, New York e le sue strade non dormono mai, “le strade di New York hanno angoli dove due cuori possono incontrarsi”, ma lo sguardo adesso è più distratto “giù al centro a West side o quaggiù a Rivington Street”, c’è tempo di guardarla con occhi diversi, le stesse piazze e le stesse vie “vediamoci alla stazione, vediamoci a Washington Square”, ma l’arpeggio di pianoforte ci accompagna un po’da soli, lontano dai rumori. La voce di Willie è quella giusta e anche le parole sono quelle che bastano “berremo vino e balleremo alla luce della luna e ti stringerò sollevandoti da terra”. Felicemente persi, sulle strade di New York.
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