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Interpol
Turn On The Bright Lights
2002
Matador Records
di Claudio Biffi
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Si sono fatti le ossa nell’underground newyorkese insieme a band come I Mogwai, i Trail of Dead e i Six By Seven e dopo la pubblicazione di EP con la Chemikal Underground ora provano il grande salto con “Turn On The Bright Lights”, a fine ottobre li vedremo inoltre suonare anche in Italia in tre date. La prima impressione nell’ascoltare questo disco è che gli Interpol abbiano molto a cuore i suoni dei Joe Division, forse anche per la voce baritonale e cavernosa del loro cantante Paul Banks che evoca l’immagine di Ian Curtis. Ma a differenza di molte altre band della nuova scena Indie americana il suono prodotto da questi quattro ragazzi americani è ben distinto e guidato in maniera efficace dall’eco delle chitarre e dal ritmare dinamico delle percussioni, riscopre il post punk melodico degli anni ’80 e lo rinnova con le canzoni che si rimodellano come in un puzzle e che ad ogni ascolto successivo esaltano la loro melodia in qualche modo di una bellezza glaciale. “Say Hallo To The Angels” è monumentale e dimostra che non c’è solo l’Inghilterra o in particolare Manchester sulla scena del nuovo rock e la fiammante ed elegiaca “Leif Erikson” suona come una scena mancante in Gentleman degli Afghan Whigs, i testi di “PDA” fanno il verso agli Smiths di Morissey, “This is the only version of my desertion that I will ever subscribe to” grida Paul Banks con fare criptico. La scena dark un po’ ferma in questi ultimi anni sembra aver ripreso vigore anche supportata dagli avvenimenti della vita di tutti i giorni e proprio una band di New York, città colpita molto duramente nelle proprie certezze, riflette gli stati d’animo della coscienza civile. In effetti l’intero album è temperato da una costante vena di tristezza che trova la sua esaltazione nel valzer ritmato di “NYC” dedicato proprio alla cosiddetta “sickness” che permea l’intera citta. I riff di chitarra di “Obstacle 1 “ sembrano uscire dalla densità della nebbia creando un atmosfera che avvicina il suono degli Interpol alle cavalcate ritmiche upbeat dei Wire. Forse l’ossessiva ricerca del gothic sound può diventare alla lunga stucchevole ma la raffinata ricerca delle melodie nasconde sicuramente qualcosa di più profondo riconducibile al tortuoso percorso delle relazioni umane. Faranno strada.
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11/11/2002 -
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