|
Suoni e cucina, almeno in Italia, flirtano sempre con un certo profitto. Appena due mesi fa i Pedro Ximenex hanno tenuto a battesimo il proprio esordio innaffiandolo con un bianco liquoroso, quello spremuto da un noto vitigno spagnolo cui rimanda il nome degli umbri. Ora è la volta dei Vappa che, partiti dall’hinterland milanese nel 1996, hanno girato in lungo e in largo lo Stivale sotto una denominazione che coniuga suggestioni culinarie e spirito anticonformista. Vappa, infatti, significa, da un lato, vino andato a male e, dall’altro, fannullone e persona inconcludente e per la band di Cerro Maggiore questa scelta così dotta e curiosa ha rappresentato non solo un divertente gioco semantico, ma anche l’espressione di una precisa scelta identitaria. Nell’arco dei dieci anni che li hanno condotti per decine di locali del nostro paese e che hanno fatto registrare la realizzazione di due dischi, i Vappa si sono divertiti a seminare indizi piuttosto che prove e a dare pochi punti di riferimento a chi cercasse di schedarli con ragionevole certezza. Tanto “Karmajoga” quanto “Cavial Party” sono apparsi immediatamente di difficile catalogazione e hanno puntualmente mandato in fumo qualsiasi tentativo di affibbiargli un’etichetta definita. Anzi, l’unica etichetta che è stato possibile realmente affibbiargli è quella del crossover, che torna sempre comoda quando non si riesce a mettere a fuoco la discendenza di uno stile. Gli amanti delle classificazioni, però, troveranno pane per i loro denti in “Funk Bazar”, che fa stabilizzare l’ago della bussola in una direzione ben determinata e priva di equivoci. Si sente che gli otto ragazzi sono, musicalmente parlando, cresciuti negli anni 90 e hanno studiato a fondo quel sound che ha comportato un progressiva depurazione delle scorie del funk. La triade di apertura è un omaggio alla furia con cui i Red Hot Chili Peppers hanno piegato la black music alla dura legge del rock e, in particolare, la chitarra sfrecciante di Stefano Caccia mette alla frusta “Assassino” e “Capolinea” come Frusciante agghindava i temi di “Mother’s Milk”. “Funk Bazar”, però, non è unicamente un concentrato di rabbia e ampi squarci di meditazione pop fendono “Frankie”, spolverata dalla tromba di Marco Terracciano. I crediti formativi non si chiudono qui: “Afro Cube” è un affollato crocevia nel quale riescono a defluire, senza tamponarsi, ritmi tribali e una manciata di acid jazz, mentre “Superstar” è una gradita parentesi intrisa di rock’n’wave alla Strokes. I Vappa strappano la promozione allorché moltiplicano gli apporti strumentali e li combinano senza far perdere all’insieme il giusto grado di unità e omogeneità: “Monica” è sapientemente condita da un breve inserto elettronico e, allo stesso modo, Luca Specchio non perde occasione per ravvivare l’argenteria con il sax. Un po’ deludente, invece, risulta lo spessore compositivo, nel senso che al di fuori di alcuni bagliori non sembrano esserci brani di entusiasmante levatura. Insomma, qualcosa lascia il segno, altro lascia talvolta a desiderare. Un assaggio, “Funk Bazar” lo merita comunque (data di uscita: 29 maggio). Anche se brindare al capolavoro è davvero prematuro.
|