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Sono io che ci sento male? Quanti Ligabue ci sono in giro? A parte l’originale ne conto almeno un altro paio, un po’ cloni e un po’ imitatori, che stanno avendo anche un inspiegabile successo: ma troveranno la loro strada, si spera. E quante Vibrazioni si affollano nell’etere? Parecchie, non c’è dubbio. Di Bugo invece ce ne è uno (a parte un lontano parente oltreoceano), e tutto sommato, se con i doppioni di Ligabue non ci si fa niente, un po’ più di gente come lui per la musica in Italia sarebbe una manna. Il nostro esce con il nuovo album, “Sguardo Contemporaneo”, sèguito dell’eclettico e schizzato “Golia e Melchiorre”, che aveva fatto temere un’insanabile frattura tra la parte destra e la parte sinistra del suo cervello. Invece nella testa di Bugo tutto funziona ancora come e meglio di prima, e questo nuovo disco è un gran bel disco che rispetta le aspettative. Si comincia con la bugattianissima “Plettro Folle”, che ci svela quanta vita si possa nascondere in un triangolino di plastica; si prosegue con il ritmo saltellante di “Gelato Giallo”, che pare fatta apposta per dare il meglio di sé nel live - anche se c’è da chiarire di chi sia la colpa. Con il singolo “Che Lavoro Fai?” il Bugo si immerge nell’ attualità del precariato, mantenendo ovviamente il suo occhio stralunato e il suo approccio sempre impegnato a non impegnarsi troppo ( “Sei in difficoltà? / Ti presto i soldi miei.”). Arriviamo così alla ballata spaziale “Oggi è Morto Spok”, canto che, tra tesi ( “la fantascienza è bella”) e antitesi ( “la fantascienza è noiosa”), giunge alla sintesi: “la fantascienza è necessaria”, almeno per ricordare i momenti peggiori di una storia d’amore. È ora il turno della grandiosa “Ggeell”: una caccia al gel in piena atmosfera poliziesco anni’70, in cui l’assenza di gel corrisponde all’accanimento sul povero sventurato di forze oscure. Bugo senza il gel nei capelli non esce, il tempo stringe e gli amici aspettano nell’Alfa in doppia fila sotto casa: solo una telefonata potrà – forse – sbrogliare la matassa e risolvere la serata. Colorati cambi di ritmo seguono le linee incerte di disegni infantili (stile “Lucy in the Sky with Diamonds” riletta da un creativo Mulino Bianco sotto acidi) in “Amore Mio Infinito”, mentre lo “Sguardo Contemporaneo” si fa penetrante in “Millennia”, con crescendo finale. Dall’universale torniamo al particolare con “La Caffettiera”, in piena tradizione “casalinga”: impreziosita da richiami semiseri ( Dalì ), perle di saggezza popolare ( “la caffeina è una droga consentita”, dice la zia Rita ), metafore dal sapore antico (“è una torre che si scalda e contiene un segreto macinato”) e anatemi moderni ( “la caffettiera è come questa società: è un elogio prolungato della quantità”). Meglio abusarne. Quando comincia “Roma” viene da chiedersi se qualcuno ha detto: “Frau Blucker!”. “Una Forza Superiore” aggiunge un pigro e indolente pezzo al bel puzzle, e la coda francese introduce al penultimo capitolo: “Quando Ti Sei Addormentata”, che echeggia lontana e come avvolta in un cinguettare diffuso. L’album si conclude con “Coda d’Italia”: brio, sgangherato assolo d’organo e sassofono dolente. Bugo canta “non sono l’unico così…mi sto chiedendo se anche tu sei giunto alle stesse conclusioni”. Speriamo di essere sempre di più.
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