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E’ giunta alfine l’ora di schierarsi e siamo ben lieti di farlo, esordendo con una spericolata inversione a U. Abbiamo spesso deprecato i Libertines da queste colonne, ritenendoli dei biechi imitatori, alfieri di un morboso cut & paste delle più gloriose sonorità dei tempi andati del rock britannico, una sterile confluenza di Jam, Smiths, Clash e chi più ne ha più ne metta. Bene: ci abbiamo ripensato, ovvero, come proclamò il fratello blues John Belushi, “abbiamo visto la luce”. Riascoltando con attenzione l’album d’esordio della band fronteggiata da Pete Doherty e Carl Barat (“Up The Bracket” del 2002) abbiamo realizzato che trattavasi di un disco speciale, di uno di quei rari casi dove il risultato finale va ben oltre la somma delle parti. Pezzi come “Death On The Stairs”, “Time For Heroes” e la stessa “Up The Bracket” non hanno eguali – quantomeno nella scena rockettara odierna – per intensità, fantasia, trame melodiche e quell’indefinibile “quid” che non sapremmo come altrimenti definire se non “magìa”. Il successivo eponimo “The Libertines” (del 2004) in paragone è una prova più evanescente, se si eccettuano quelle tre-quattro tracce dove rifà capolino l’impagabile “chemistry” dell’esordio. Comunque, tanto per non creare equivoci, lo diciamo a chiare lettere: la nostra (tardivissima) stima per i Libertines è completa e totale, e poco ce ne cale se qualcuno riterrà questa inopinata conversione come un allarmante segnale di senilità incipiente; chi era, poi, che ha detto che “solo gli imbecilli non cambiano mai opinione”? E arriviamo all’oggi: ai Libertines ormai disciolti, a Pete Doherty che pur tra mille casini personali ha tirato su il da noi apprezzato “Down In Albion” con i Babyshambles, e a Carl Barat atteso al varco per la sua prima volta senza l’inseparabile compagno dei “tempi eroici”. Dirty Pretty Things, come noto, è il nome della band; Anthony Rossomando, Didz Hammond and Gary Powell sono i nuovi e un po’ vecchi accoliti (Rossomando e Powell sono già noti ai fans dei Libertines mentre Hammond era nei sottovalutati Cooper Temple Clause). Se su “Down In Albion” lo sregolato benché genialoide Doherty aveva attestato di volersi smarcare dall’ingombrante eredità del gruppo-madre (e in parte ci era riuscito), come prevedibile – data la minor personalità e, forse, il minor talento, di Barat - su “Waterloo To Anywhere” le suggestioni in stile Libertines sono ancora ben presenti. Vero che la produzione, affidata al californiano Dave Sardy e allo scozzese Tony Doogan, si traduce in un sound più lindo e rifinito di quello da “una presa e via” voluto dall’ex-Clash Mick Jones che a suo tempo supervisionò praticamente tutti i dischi dei Libertines (e dei Babyshambles). Vero anche, però, che un episodio così smaccatamente alla “I Get Along” – uno dei pezzi forti e punkettari di “Up The Bracket” – come “You Fucking Love It”, su “Down In Albion” non c’era. E di prove del libertinaggio continuato di Barat, “Waterloo…” ne contiene ancora a bizzeffe. Andiamo per ordine, però. Perché l’inizio di “Waterloo To Anywhere” è lusinghiero, con quattro tracce che filano via lisce come l’olio una dietro l’altra. L’iniziale, concitata “Deadwood” apre le danze con un testo / lettera aperta a Pete Doherty (una delle tante del disco, in fondo) cui viene dato perfino del “codardo”: “And of the years that rolled by / Yeah some were so good / But now I know that / You were the coward / The holes in your soul / In tatters for all these years...”. Segue “Doctors & Dealers”, a nostro avviso la vetta del disco quasi a livello di “Up The Bracket”, che nel ritornello ricorda (ed è un elogio, ovviamente) i Cure di Robert Smith all’epoca di singoli pop quali “The Lovecats” e “Let’s Go To Bed”. Poi c’è il primo singolo, lo scalciante ska/punk di “Bang Bang You’re Dead” – dedicato anch’esso al “caro” Pete “always so easily led”: orecchiabile e vigorosa ma forse “troppo” facile. Notevole, invece, “Blood-thirsty Bastards” che esordisce con un motivo che sembra tratto dal songbook di Leonard Cohen per snodarsi in un chorus nel classico stile Libertines “d’antan”. Dal quinto brano in giù, ahinoi, la qualità di “Waterloo To Anywhere” inizia però a diventare più oscillante. La ballatona piratesca “The Gentry Cove” è un mero riempitivo, noioso e inutile. Ci si rianima subito con “Gin & Milk”, quasi una scopiazzatura dei Jam epoca “All Mod Cons” comunque degna e dignitosa. Su “The Enemy”, invece, Barat si agita assai ma senza alcun costrutto; e idem si può dire per “If You Love A Woman”, mentre “You Fucking Love It” – di cui si è già detto – è un travolgente (e divertente) punkone a tavoletta, comunque senza grandi pretese. Si arriva così a “Wondering”, un altro apprezzabile rocketto libertinesco in cui però si ha l’impressione che manchi qualcosa (…Doherty?) e ai due brani conclusivi senza infamia e senza lode (“Last Of The Small Town Playboys” e “B.U.R.M.A.”) in cui Barat pare fare il verso al Morrissey versione solista. Ad esser buoni lo si potrebbe definire un album “solido”; ad essere perfidi lo si potrebbe invece marchiare con il termine “minimo sindacale”. La verità – come spesso accade – risiede nel mezzo: “Waterloo To Anywhere” è un album tutto sommato dignitoso, in cui i fans dei Libertines (della prima e dell’ultimissima ora quali noi siamo) troveranno più di un motivo per far riaccendere il loro entusiasmo, comunque inferiore al più spregiudicato (e se volete, incostante) “Down In Albion” del vecchio compagno di merende. Detto questo, il Barat solo soletto che si dimena sulle 12 canzoni di questo disco ci è parso un tantino mesto e depresso. E ciò ci dà la certezza che, se un Doherty ripulito e rimotivato si rifacesse vivo proponendo di rimettere in piedi la vecchia band, Barat non esiterebbe un solo attimo. Perché lui sa – Doherty sa – e noi sappiamo - che se fosse possibile estrarre il meglio da “…Albion” e da “Waterloo…”, e shakerare il tutto sotto l’occhio attento di Mick Jones, la risultante sarebbe il nuovo grande capolavoro UK dell’anno. Il nuovo magico “Up The Bracket”, per l’appunto.
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