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C’è un grande romanzo popolare americano che non è stato scritto dai suoi tanti poeti o romanzieri ma è stato tramandato e celebrato dai suoi folksinger, molto spesso anonimi cantastorie che di terra in terra e di canzone in canzone hanno raccontato una storia fatta di mille americhe e un’America fatta di mille storie. A queste storie e a questa tradizione ha voluto rendere omaggio a modo suo Bruce Springsteen, che già nel suo penultimo lavoro “Devils and Dust” aveva chiaramente fatto capire di avere il bisogno e la necessità di recuperare una tradizione musicale che comunque da sempre gli è appartenuta e dalla quale in effetti era partito, allontanandosene progressivamente ma sempre conservandone un certo spirito lirico. “The Pete Seeger Sessions” nasce evidentemente come un tributo al grande cantante folk Seeger che proprio sul solco di tutta una tradizione popular ha costruito la sua impronta e la sua carriera. Negli anni ’60 fu insieme a Dylan uno dei più appassionati cantori dell’”altra America” con un piglio militante non estraneo allo Springsteen celebrato spesso come eroe della working class. E prima ancora aveva squarciato la terra americana in compagnia del più famoso dei cantanti folk del ‘900 a stelle e strisce, Woody Guthrie, forse il più fondamentale tra gli interpreti di una tradizione errante della canzone di protesta degli Stati Uniti. Partendo da questo presupposto Springsteen supera il possibile impasse del disco tributo, e al cospetto di canzoni che nascevano scarne nella melodia e nell’arrangiamento (proprio per mantenere un’essenza più facilmente tramandabile oralmente), decide di dare a questi veri e propri “racconti popolari” una veste invece densa, a tratti ricchissima, dove a farla da padrone è una coloratissima e numerosissima band, una vera e propria orchestra folk, con impronte country-folk-blues-jazz-swing, 17 strumentisti (compresa la violinista degli E Streeters Soozie Tyrell e la moglie del Boss, patti Scialfa ) con tanto di intera sezione fiati. L’anima di Seeger è percepibile in tutti i brani, molti dei quali lo stesse Pete aveva interpretato nella sua carriera, ma la scelta di Springsteen per questo “Sessions” è ricaduta su canzoni che come già detto sono parte della tradizione folk americana: leggere “traditonal” o “public domain” accanto al titolo di quasi tutte le canzoni è l’indice che siamo di fronte a racconti, storie, epopee che spesso sono vecchi quanto la stessa America. L’attacco è affidato al buon sangue del vecchio Dan in “Old dan Tucker”, “uno splendido vecchiaccio”, che si lava la faccia in una padella e si pettina i capelli “con una ruota di carro”, i suoni sono da vecchia locanda, con un livido banjo a menare le danze. Subito dopo arriva “Jesse James” con un tempo in 2/4 irresistibile, trascinante. E sì che il protagonista non pare proprio uno stinco di santo, per quanto dall’animo nobile (“derubò il treno per Glenville/rubò ai ricchi per dare ai poveri”). Ma è proprio lo stacco quasi stridente tra le vicende buie o amare dei protagonisti e la resa sonora, euforica e coloratissima dell’imponente banda messa su dal Boss a decidere una delle cifre più importanti del disco: il gioioso e giocoso impasto sonoro, quasi vuole riscattare le sconfitte dei protagonisti. Mitica e quasi da leggenda la vicenda di “John Henry” e il suo inseparabile martello col quale nasce (“seduto sulle ginocchia di suo padre / raccolse un martello e un piccolo pezzo di acciaio”) e col quale muore (“il suo martello era infuocato / ma lavorava così duramente che si spezzò al cuore”): ma è la sua donna Polly a raccogliere il suo martello e il messaggio di John Henry, che perdeva il suo lavoro come tanti nell’America di inizio secolo, sostituito dalle macchine a vapore: “ma prima che io permetta a quel martello a vapore di battermi / morirò col martello in mano”. La band picchia con un incedere quasi da western, con intrecci succosissimi di violini, banjo, pianoforte e la sezione fiati che non si risparmia. La voce di Bruce è nuda come forse non mai. A motori già caldi arriva la potentissima “Mary don’t you weep”, un’ intro di violino e fiati che già non può ingannare: infatti è New Orleans che incontra lo spirituals. I personaggi si succedono, incalzano, ognuno con la sua vicenda: “Mrs McGrath” accoglie sul molo suo figlio imbarcatosi per una guerra dalla quale torna con due “stumps of a tree”, due pezzi d’albero al posto delle gambe, una ballata che sa di “ultimo dei mohicani” come una nenia da indiani d’America. Paul e Silas rompono le catene di una lurida prigione, promettendosi di tenere sempre d’occhio il premio, “Eye on the prize”, e ricordandosi soprattutto di tenere duro. In “My Oklahoma Home” il protagonista perde tutto, perde la sua casa, il suo raccolto, la sua donna, tutto tranne il debito per comprare la casa. In “Erie Canal” Bruce veste i panni dell’ultimo Tom Waits e ci porta a spasso con un vagabondo in fuga con la sua mula verso il ponte basso del canale, verso una Buffalo qualunque. Si potrebbe obbiettare a Springsteen di aver voluto caricare fin troppo, con tutta la messe di musicisti assoldati, con troppi suoni e troppi graffi canzoni che nascevano scarne e nude, come racconti da cantastorie ai quali la musica serviva solo da accompagnamento. E non a caso, pensando a molte delle interpretazioni dello stesso Seeger, lo si ricorda solo con la chitarra o il banjo a tracolla e una voce quasi accennata ad ordire melodie semplici ed efficaci. Ma qui invece c’è proprio il piglio del Boss: suona ruvida quando sputa rabbia e si prende sulle spalle tutta la banda, scende giù nei pochi pezzi “scuri” a graffiarsi di sabbia, per poi tornare rabbiosa quando il ritmo ricomincia a salire. Dopo l’ultimo ballo, però, affidato al riff irresistibile di “Pay me my money down”, e ad un inciso che farà cantare il pubblico springsteeniano dal vivo, l’omaggio più vivo e sentito al maestro Pete arriva proprio con la leggendaria “We Shall Overcome”, che Seeger rese un vero e proprio inno di protesta negli anni ’60. La voce di Bruce si fa morbida, sostenuta da un coro altrettanto sereno, la melodia del pezzo diventa una culla sulla quale cantare un piccolo sogno: “we shall overcome someday”..avremo ragione di tutto questo un giorno…” we’ll walk hands in hands”…cammineremo mano nella mano..”We are not afraid”..noi non abbiamo paura. Un canto tenero, semplice, quasi ingenuo. La voce è quella del Boss, ma cantano tutti i piccoli grandi eroi di cui abbiamo incrociato la sorte, John Henry, Jesse James, Mrs McGrath, il vecchio Dan Tucker: il romanzo folk ha sempre un’altra storia da raccontare.
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