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Morrissey
Ringleader Of The Tormentors
2006
Attack/Sanctuary
di Mauro D'Alonzo
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Nella memoria di molti, è ancora l’audace ventenne che insieme a Johnny Marr ha dato vita ad uno dei marchi musicali più imitati degli ultimi decenni. Ma è profondamente sbagliato restringere l’importanza di Morrissey entro il perimetro tracciato dall’esperienza degli Smiths. “Ringleader Of The Tormentors” è il decimo disco sfornato come solista e di anni trascorsi dall’esordio in tale veste (“Viva Hate”) ne sono passati ben diciotto. Un periodo vissuto con immancabile spirito battagliero e con la voglia di restare coerenti con i propri codici benché il mondo del rock fosse ripetutamente messo in discussione da non sempre salutari cure disintossicanti. A Morrissey, infatti, va indubbiamente riconosciuto il merito di aver saputo mantenere un’ottima velocità di crociera nonostante acque sempre più agitate e di essere riuscito, pur tra alti e bassi, a non smarrire quel nerbo che ne ha reso la figura così carismatica. Mentre si facevano largo altri generi (il brit-pop in primis), le sue liriche, talvolta disperate e sempre giocate sul filo della polemica bruciante, non sono scese a compromessi e hanno continuato a rappresentare la bussola per frotte di emergenti (da ultime, le Organ). Qualche rimescolamento, però, bolliva in pentola e il disco appena pubblicato è un tentativo di rifarsi il trucco sul quale pesano tanto le ricadute di alcune collaborazioni quanto la piega recentemente presa dalla sfera privata di Morrissey. I nuovi brani sono stati concepiti non nella brumosa Manchester, ma sotto il ridente sole di Roma e “Ringleader Of The Tormentors” può realmente considerarsi legato a doppio filo alla Capitale. Qui Morrissey si è stabilito da un po’ di tempo e per armeggiare tra microfoni e consolle ha scelto il Forum di Piazza Euclide. Qui ha conosciuto Ennio Morricone che, rinunciando per una volta alla sua tradizionale ritrosia nei confronti della musica leggera, ha ricamato “Dear God Please Help Me” con un efficace accompagnamento d’archi. E’ tale la passione sbocciata per Roma che il rumore delle sue ambulanze è finito dritto dritto nel prologo di “The Youngest Was The Most Loved”. E “You Have Killed Me” inizia con una frase emblematica: “Pasolini Is Me”. Da tante chicche era probabile che scaturisse un ribaltone e, se proprio non è un terremoto, “Ringleader Of The Tormentors” racchiude una serie di intuizioni che denotano la volontà di cancellare qualche ruga e di puntare ad una seconda giovinezza. Per coltivare simili ambizioni, Morrissey non poteva che affidarsi ad una vecchia volpe del calibro di Tony Visconti ed è grazie a lui che il sound ha perso alcune asperità tipiche del vecchio repertorio e nell'insieme risulta meglio amalgamato. I trascorsi non sono stati definitivamente messi in soffitta: il primo singolo si nutre di un ritornello insistente che sembra esser stato scritto all’epoca degli Smiths e pure “In The Future When All’s Well” si direbbe che sia stata sfilata dal cassetto dei ricordi. Ma a far centro sono gli sprazzi contraddistinti da una maggiore varietà sonora: quello arricchito dalla bacchetta dell’autore di “C’era Una Volta In America” è una piccola magia che sarà ricordata a lungo e su una falsariga identica è stata composta “To Me You Are A Work Of Art”. Certo il tempo passa e, per quanto renitente alle mode, lo stesso Morrissey si rivela non del tutto immune da contagi esterni: al New Acoustic Movement non deve esser stato del tutto indifferente e chissà se “I Will See You In Far Off Places” è frutto di una notte insonne passata al telefono con Ed Harcourt. “Ringleader Of The Tormentors” è in definitiva lo scatto che ci si aspetta da un cavallo di razza e l’acume con cui la nuova sfida è stata intrapresa è un esempio di come ci si possa riciclare con originalità e senza attirarsi l’accusa di non aver fatto altro che una minestra riscaldata. A dir la verità, non tutto funziona come si deve: le dodici tracce ogni tanto annaspano tra comprensibili pause e fa capolino il dubbio che a Morrissey doni più l’ascia che il violino (con il quale si fa soavemente ritrarre in copertina). Ad ogni modo le sbavature non pregiudicano la bontà complessiva, che si attesta su livelli discreti e garantiscono in ogni caso che il sentimento di autentica venerazione frequentemente tributato a Morrissey non accuserà la minima flessione.
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11/05/2006 -
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