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The Trews
Den Of Thieves
2006
Epic
di Stefano De Stefano
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Ascolti “Poor Old Broken Hearted Me” e pensi sia una nuova canzone dei Black Crowes. Poi però noti in “I Can’t Say” e “So She’s Leaving” una voce che nella grana e nell’uso che ne viene fatto ricorda molto Steve Tyler. E allora cominci a pensare che questi quattro canadesi siano davvero una cosa grossa, una manna scesa dal cielo per tutti gli amanti di un certo tipo di rock molto sporco e vibrante. In effetti è così, The Trews si sono lasciati apprezzare negli ultimi anni per la diretta attitudine a suonare un rock crowesiano pur mantenendo una spiccata propensione alla varietà di soluzioni armoniche. Rock diretto questo, teso e contaminato nelle sue radici più profonde, capace di coniugare forza e melodia in quindici canzoni di forte impatto (quattordici originali e una cover di Tracy Bonham, “Naked”). Den Of Thieves è in realtà il loro secondo disco dopo House Of Ill Fame, pubblicato nel 2003 dalla divisione canadese della Sony BMG; per questo motivo ci sono alcuni pezzi come “Tired Of Waiting” che sono stati risuonati e arrangiati di nuovo in vista dell’esposizione massiccia che si auspica avrà questo seguito. Dopo un percorso in crescendo fatto di passaggi radiofonici, esibizioni live e premi e riconoscimenti vari ed eventuali non vi era dubbio che questo disco avesse molte e valide frecce al proprio arco. Che puntualmente vanno tutte al bersaglio. Già al primo ascolto si capisce dove vada a parare il gruppo canadese e quale sia il terreno di riferimento: Aerosmith (la voce del cantante è davvero simile a quella di Steve Tyler) e soprattutto Black Crowes, in assoluto una delle migliori rock band degli ultimi vent’anni. Non è quindi un caso che la produzione sia di Jack Douglas, che proprio in passato ha lavorato con successo al fianco proprio della band di Boston. Intendiamoci: questo disco non aggiunge nulla di nuovo al panorama rock ma quello che propone lo fa in modo così efficace da potersi tranquillamente candidare ad essere uno dei dischi più convincenti di questa prima parte del 2006: groove, attenzione alla melodia e piglio duro da veri rockers. Sono decisamente la forza e la genuinità gli assi nella manica dei Trews. L’attacco del disco fa pensare a una novella “Mama Kin” di bostoniana memoria: ritmo serrato, chitarre impazzite e voce ruvida perennemente doppiata nei cori. “Fire Up Ahead” sembra l’ideale per dare accendere la miccia e far capire con chi si abbia a che fare adesso mentre “Makin’ Sunshine” è una bella ballata piena di chitarre e di vigore, con forti reminiscenza dei Beatles, come del resto “Yearning”. Ogni pezzo ha un suo perché che viene puntualmente reso attraverso diverse soluzioni nell’arrangiamento e nella giusta trovata armonica. Prendiamo “I Can’t Say” ad esempio: una rock ballad riuscitissima, con una voce ruvida alla Tyler che sale su tonalità quasi blues nel momento più alto del pezzo. E che dire della cover prima citata, “Naked”? Trame di chitarre acustiche e delicati arpeggi elettrici, una voce sempre sopra le righe e un’atmosfera da ballata epica e malinconica. Almeno finché il pezzo non si apre e cambia registro, salendo e poi tornando all’atmosfera eterea dell’inizio. Oppure “Poor Old Broken Hearted Man”. Sembra di sentire Chris Robinson e i Black Crowes, i cori e i battiti di mani da spiritual e gospel, la voce che impazza e le svisate di hammond e chitarra: se non è questo il cuore dell’America allora non sappiamo proprio cosa proporvi. Un rock ora sensuale, ora romantico, ora sporco e ora nudo e crudo; ora hard, ora funky, ora blues ma sempre concepito con l’attitudine alla jam session. Questo quartetto osannato in Canada non faticherà a trovare mercato e pubblico anche in Europa perché il disco confezionato è di quelli che fanno il botto: The Trews sono una sorpresa assicurata.
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19/05/2006 -
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