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Chi non ha ancora avuto modo di apprezzare l’esuberanza, la corposità e l’ampiezza melodica del sax di Joe Lovano, musicista dalle notevoli capacità tecniche, dotato di talento e versatilità espressiva, potrà presumibilmente farsene un’idea (e che idea!) ascoltando questa insolita quanto “geniale” realizzazione. Gran parte della critica specialistica ha gridato al “capolavoro”. In effetti, giunto all’età di 50 anni, Joe Lovano ha acquisito un’esperienza ed una maturità che lo hanno letteralmente catapultato nell’olimpo dei maggiori jazzisti di tutti i tempi e che gli permettono di realizzare opere di grande pregio qualitativo, originalità ed intelligenza. Sganciatosi dall’ormai desueto ruolo di apprezzato esecutore di lavori altrui, cui paradossalmente le straordinarie doti interpretative lo avevano involontariamente relegato (ha suonato al fianco di Carla Bley, Charlie Haden, Ornette Coleman, Bill Frisell, Paul Motian ed altri nomi eccellenti), egli indossa già da alcuni anni e con notevole disinvoltura gli abiti del leader. Paul Motian lo volle nel suo leggendario Trio insieme a Bill Frisell. E la scelta non fu casuale, se si considera che Lovano possiede una tecnica solistica che ben si adatta alla musica sognante ed eclettica del grande batterista: un fraseggio ampio, aperto, maestoso e melodico ad un tempo. In termini di discendenza stilistica alcuni lo collocano, non senza ragione, al fianco di Sonny Rollins, ma la musica di Lovano prefigura invero un più vasto repertorio di influenze stilistiche mutuate dai più grandi sassofonisti jazz, sempre riconoscibile nelle opere di Lovano, sia pure soltanto di rimando. Notevole al riguardo l’album “Tenor Legacy” in cui egli duetta mirabilmente con l’ancor giovane sassofonista Joshua Redman. Delle due grandi tendenze del jazz contemporaneo, quella che fa capo alla “contaminazione” da un lato e quella che tende a rielaborare materiali sonori ed idiomi del passato in chiave moderna (modern mainstream), Lovano è interprete impareggiabile della seconda, e questo album è uno degli esempi più riusciti nel genere. “Viva Caruso” è un sentito omaggio al grande tenore italiano Enrico Caruso ed alla musica popolare italiana, alle melodie festose, ai canti di strada che il cantante partenopeo seppe magnificamente immortalare con la sua voce possente ed appassionata. Attraverso queste canzoni Lovano riscopre altresì le sue origini italo-americane. Vi sono dunque ben rappresentati brani storici quali “O sole mio”, “Santa Lucia”, “Tarantella sincera” e via di seguito, ma ciò che merita di essere veramente sottolineato è la grande, insospettata sensibilità con la quale il musicista riesce ad estrarre momenti di impercettibile e delicata poesia, di colore e di malinconia da melodie che ai nostri gusti, così abituati a ben altre sonorità e ritmi, potrebbero apparire semplici, scontate, forse persino ingenue. Va dato atto a Lovano di aver raggiunto, merito anche di una band di musicisti affiatati e coesi quali il trombettista Herb Robertson, il fisarmonicista Gil Goldstein, il batterista Joey Baron e la vocalist Judi Silvano, ai quali si aggiunge occasionalmente un’orchestra da camera, risultati di grande efficacia espressiva e di aver saputo interpretare i bellissimi brani della compilation senza mai diventare banale. Si tratta, a mio avviso, di brani assolutamente splendidi in questa veste jazz, che assumono un significato del tutto inatteso e seducente, impreziositi vieppiù dagli arrangiamenti irreprensibili del maestro Byron Olson, che aggiungono all’insieme un ulteriore tocco di lirismo. “Viva Caruso” è un album vibrante, intenso, di canzoni antiche reinterpretate alla luce degli insegnamenti e delle invenzioni dei grandi maestri del sax. E’ un’opera coraggiosa, una “revisione libera e organica insieme” (Jazz Magazine) che pone Lovano come punto di riferimento nell’ambito del jazz mainstream di qualità. Il nostro augurio è che tale lavoro rappresenti non soltanto un punto di arrivo, ma un punto di partenza per nuove promettenti avventure nell’ambito del jazz contemporaneo.
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