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Lontani sono i tempi in cui i Flaming Lips non li conosceva praticamente nessuno, in cui se ci chiedevano che musica facessero, rispondevamo – con una certa dose di grossolanità – che erano “una versione a colori dei Sonic Youth”. Perchè nel 1999 è arrivato “The Soft Bulletin”, a detta di tanti il loro capolavoro di psych-pop orchestrale con liriche penetranti su chi muore e su chi resta, e tre anni dopo è stata la volta del pinkfloydiano (post-Barrett), elettronico e fantascientifico “Yoshimi vs. The Pink Robots”, quello sì, a detta di chi scrive, una totale apoteosi sonica, miglior disco del 2003 e tra i top dell’attuale millennio. Col risultato che i Flaming Lips, benchè oggi ultraquarantenni – un’età in cui anche i resistentissimi Rolling Stones erano parecchio bolliti – risultano ora tra i gruppi più seguiti da pubblico e critica, e per “At War With The Mystics”, nuovo loro episodio lungamente gestato, c’è stata un’attesa quasi messianica già mesi prima dell’uscita. Tante speranze, e tutte ben riposte, perché “At War With The Mystics” è un disco che innova pur senza rinnegare quanto di buono dai Lips proposto in passato. Se c’è un difetto che gli si può addebitare, è – qua e là – una qualche mancanza di spontaneità rispetto a “Yoshimi”, le cui canzoni parevano sgorgate dalla musa di Wayne Coyne - il leader della band, senza dimenticare i “soci” Mike Ivins (basso), Steven Drozd (batteria) e il produttore Dave Fridmann - con naturalezza quasi ultraterrena. Forzato, per fare un esempio, appare il brano d’apertura “The Yeah Yeah Song”, come se Coyne e compagni avessero voluto incidere a tutti i costi un pezzo di forte imapatto radiofonico. E’ caruccia, è melodica, è canticchiabile, è pop in versione straniata, e però dà l’impressione che i Lips ci abbiano lavorato notti e giorni per ottenere l’effetto voluto, non come – siamo sicuri – una “Fight Test” da “Yoshimi”, che presumiamo gli sia uscita fuori in 5 minuti. Verrà buona per MTV, e poco più. Però poi c’ la sensazionale “Free Radicals”, primo assaggio di quella direzione più “heavy” che si favoleggiava i Flaming Lips avessero imboccato sulla base di un’improvvisa rinnovata passione per i Black Sabbath. E’ psyco-hard-rock-elettronico-neo-millenario e possiede un ritornello ottuso ma indimenticabile (“You think you’re radical but you’re not so radical in fact you’re fanatical”): l’innovazione che si diceva e si voleva, appunto. Tanta maestosità è seguita da un periodo di assestamento, che consiste in tre brani (“The Sound Of Failure”, “My Cosmic Autumn Rebellion” e “Veins Of Stars”) che ritornano sulle tracce – comunque indimenticate – del sound cosmico/elettronico debitore del Brian Wilson di “Smile” di “Yoshimi”. Si segnala, in particolare, “Veins Of Stars”, assolutamente a livello dei migliori episodi di quel mitico album. I battiti cardiaci tornano a palpitare con la successiva “The Wizard Turns On…”, una jam strumentale jazzata elettronica – con schitarrate con il wah-wah finali - che dà l’idea di ciò che avrebbe potuto suonare una band di marziani se l’avessero invitato a Woodstock. Con “It Overtakes Me…” torniamo in territorio “heavy”, con un basso quasi “grunge” a dettare le danze, ma il brano è un po’ ripetitivo e complessivamente meno riuscito di “Free Radicals”, e anche la sua coda alla Roger Waters appare attaccaticcia. In “Mr. Ambulance Driver” Mr. Wayne Coyne torna a parlare del suo tema preferito – la morte dei propri cari – in una toccante ballata che, non fosse per la produzione ultramoderna e colma di effetti di Fridmann, potrebbe provenire da un gruppo “West Coast anni ’70” alla Eagles o alla Poco. Qui, una volta tanto, i Flaming Lips non fanno particolari sforzi per dimostrare la propria abilità ma propongono semplicemente una bella canzone piena di suggestioni (le liriche sono dal punto di vista del fidanzato di una ragazza che sta morendo in ambulanza dopo un incidente stradale) che è (forse) il brano chiave dell’intero album. Con “Haven’t Got A Clue” si torna, senza infamia e senza lode, su luoghi già visitati ai tempi di “Yoshimi” e “Soft Bulletin”. E’ solo un attimo di requie prima di venire travolti dalla tempesta sonora di “The W.A.N.D.”, un nuovo sferzante attacco “heavy” nello stile di “Free Radicals”, duro sia nei suoni che nei testi, in bilico in questo caso tra la fantascienza e la politica: semplicemente grandiosa. Nulla, però, potrebbe prepararci per lo shock di “Pompeii Am Gotterdammerung”, dove i Flaming Lips si danno al progressive… a modo loro, naturalmente, e con un tocco wagneriano che si addice perfettamente ad un’escursione sonora che celebra la distruzione di Pompei, naturale conclusione di un ciclo di canzoni dove si è discettato di vita, di morte, di guerra e di sciagure bibliche. A rigor di logica si dovrebbe concludere qui, “At War With The Mystics”; purtroppo invece, i Flaming Lips non hanno resistito alla tentazione di agganciargli il classico finale “hollywoodiano”: “Goin’ On” è l’inutile, consolatoria ballad che scorre sui titoli di coda, ove Wayne Coyne e soci la buttano a tarallucci e vino: lo spettacolo deve continuare, la vita è comunque degna di essere vissuta e amenità del genere. Dovendone dare un giudizio complessivo, “At War With The Mystics” non strabilia come fece “Yoshimi”; è meno coeso, (leggermente) meno ispirato, e a tratti fa anche storcere il naso. Tuttavia documenta una band che, alla faccia di una usurante carriera ultraventennale, è tuttora in continua e fluida evoluzione, e contiene almeno una mezza dozzina di tracks entusiasmanti. Per un certo tipo di appassionati di musica senza pregiudizi – come noi, amanti in egual misura del punk, dell’hard-rock, del pop orchestrale, del grunge, dell’elettronica e anche di un certo tipo di prog – continua a non esserci gara, i Flaming Lips sono riusciti per l’ennesima volta a realizzare la complicatissima sintesi di tanti linguaggi in apparenza inconciliabili. Bravi, anzi, bravissimi: quasi sovrumani.
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