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Prendete i Doves. Mischiateli con la creatività degli Elbow e dotateli di un cantante alla Tom Chaplin dei Keane, però più problematico e malinconico: avete ottenuto una nuova micidiale formula vincente proveniente, come da copione, dall’Inghilterra. Leeds per l’esattezza. Da qui prende il via il destino dei Four Day Hombre, un quintetto che lascia una sensazione fortissima di fiore appena sbocciato già al primo ascolto. Questo debutto è preceduto da un percorso live che li ha portati a suonare assieme a Coral, Snow Patrol e And You Will Know Us By The Trail Of Dead; nel frattempo escono due singoli come “The First Word Is The Hardest” e “1000 Bulbs” che aprono la strada lasciando presagire egregiamente l’ottimo contenuto del debutto e il talento del cantante leader Simon Wainwright. Dieci canzoni ispiratissime, malinconiche e problematiche, che accumulano una tensione che sale pian piano fino a raggiungere un’esplosione quasi catartica. “All I need is a good distraction / help me find some satisfaction”: questa la strofa di “Single Room” ma la sensazione è che qui abbiamo trovato ben più di una banale distrazione. "Experiments In Living" è ispirato al libro di Virginia Nicholson “Among the Bohemians: Experiments in Living 1900-1939” e ha tutta l’aria di essere nato come un bisogno di urlare, comunicare e creare una visione del mondo ancora pura, innocente e piena di speranza; canzoni che nascono dimesse, malinconiche e gentili e finiscono in un crescendo con punte strumentali e sperimentali che richiamano i migliori Doves. Shoegaze, dreampop, indie rock: tante definizioni per definire un disco pieno di melodia, raffinatissimo negli arrangiamenti e intenso nell’esecuzione e nell’intenzione del cantante. Sue le musiche e le parole, rese attraverso una voce dolce, spesso in falsetto, debole e forte allo stesso tempo; i momenti sono dosati sapientemente in tutto il disco e in ogni singola canzone. Predomina il tempo in tre quarti, quello della ballata e del racconto, come a sottolineare la dimensione intima e sommessa di questi episodi. Il debutto dei Four Day Hombre sembra non presentare punti deboli, le canzoni sanno distinguersi tra loro e ritagliarsi una propria dimensione e un proprio perché; l’apertura del disco è per “The First Word Is The Hardest”, un brano disperato che parte in sordina, contratto e carico di tensione (soprattutto nella batteria), per poi aprirsi in un superbo momento catartico che sa di epico. “Don’t Go Gently” è anche meglio grazie alla melodia riconoscibilissima, ai delicati arpeggi di chitarre e a un sound minimale che fa da sfondo alla melodiosa voce in falsetto; qui sembrano addirittura i Keane più disperati dotati di chitarre. Si segnalano anche e soprattutto le raffinatezze armoniche e melodiche di “Thirteen Of The Month” e “Flame”, la ruvidezza indie di “Single Room”, così affascinante nel finale grazie alla voce e alla batteria che salgono sempre più assieme alle chitarre. E anche quando si ascolta un pezzo ordinario come “1000 Bulbs” c’è da sorridere perché non assume mai una veste banale, e anzi si lascia apprezzare per l’immediatezza che non sconfina mai nel già sentito. Il finale è per “Three Years”, una sontuosa ballata in tre quarti dove prevalgono pianoforte e organo, elegante e sognante con quelle chitarre appena accennate che poi salgono per sostenere il crescendo del pezzo. Tre quarti d’ora di ascolto, giusto il tempo di apprezzare uno dei più promettenti gruppi della scena indie, quella vera: una scena che rischia sempre più di essere soffocata da una marea di post punk e garage che viene indebitamente incluso nella definizione di genere. Un gruppo che probabilmente verrà anche dalle nostre parti per la promozione del disco. E lì l’imperativo sarà quello di non lasciarseli scappare. Da scovare e prendere a occhi chiusi.
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