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Train
For Me It’s You
2006
Columbia
di Stefano De Stefano
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Paradossalmente il miglior episodio della carriera dei Train rischia di essere non quel "Drops Of Jupiter" del 2001 che ha venduto così tanto ma questo "For Me it’s You" che esce tre anni dopo il tormentone che ci ha letteralmente perseguitato nelle radio e nei promo pubblicitari. Tra questi due dischi bisogna ricordare l’uscita nel 2003 "My Private Nation", che perfeziona ancora di più quella formula collaudata di rock delle radici coniugato con una spiccata sensibilità radiofonica, e un live, "Alive At Last", che raccoglie il meglio della produzione dei Train fino a quel momento, il 2004. Questo quarto disco in studio segna l’ingresso di Johnny Colt, ex Black Crowes, al basso e di Brandon Bush alle tastiere; la produzione è affidata al veterano Brendan O’Brien, già al lavoro con Bruce Springsteen in tempi non sospetti. Quello che alla fine risulta è un succoso album di rock tirato e allo stesso tempo raffinato, ricco di melodia ed energia, pieno di momenti ispirati e variegate soluzioni a livello di arrangiamento e armonia; la voce di Patrick Monahan è sopra le righe e arriva a destinazione pulita e alta mentre i suoni di piano, elettrico e acustico, e organo hammond si ritagliano un ruolo sicuramente non secondario. Un rock vibrante alla Counting Crows o alla Gathering Field per intenderci, che flirta ora con un genere e ora con un altro: “Shelter Me” è quasi bluesata con quelle chitarre rockin’ and rollin’ e quel piano brillante che ricama in sottofondo, mentre già la successiva “Explanation” cambia atmosfera con una ballata scura e drammatica che rallenta i toni, virando verso atmosfere più pensierose. L’apertura è per “All I Ever Wanted”, un buon pezzo guidato dal pianoforte dotato di una melodia molto radiofonica e un gusto che forse sa già di sentito; nonostante questo si lascia ascoltare molto gradevolmente così come le successive “Get Out” (molto tirata e aggressiva nel ritornello grazie all’esplosione elettrica delle chitarre) e “Cab”, una ballata scelta per essere il primo singolo dell’album (forse non efficacissima considerando che dovrebbe essere il singolo di traino). In tutte le tracce si percepisce un suono che sa essere rock senza diventare sporco e indulgere al lato più scontato e banale di ogni canzone; il rock di “Am I Reaching You Now” è ruspante e sa molto di american roots con aperture dalle parti del blues, mentre “If I Can’t Change Your Mind” è una cover degli Sugar e acquista qui un tocco molto diretto e radiofonico. E ancora, andando avanti nell’ascolto del disco ci si imbatte nel raffinatissimo rhythm and blues di “I’m Not Waiting In Line”, percussioni e piano da club fumoso in evidenza, nella malinconia e nei toni sfumati di “Skyscraper” e nel finale della title track album. Una canzone che sintetizza bene l’intero album: sensibilità pop cristallina, sonorità rock e buone aperture melodiche. Un disco che è suonato egregiamente e arrangiato anche meglio, senza sconfinare in un mero prodotto per Mtv o per le classifiche: qui c’è del vero e sano rock, sicuramente da mainstream ma con uno sguardo alla propria identità e al recupero delle proprie radici. Nulla di diverso rispetto ai dischi passati, essendo in perfetta continuità con il sound e la qualità dei precedenti lavori; dall’ascolto di questo disco si può trovare uno stimolo e andare all’indietro allo scoperta di un’ottima jam rock band che merita di essere citata e ricordata non solo per aver scritto in un certo momento della carriera un tormentone: quello ormai pare lo facciano un pò tutti.
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06/04/2006 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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