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Certi mostri sacri del rock sono ritenuti intoccabili, ma ogni tanto c’è qualcuno che si prende la briga di prendersi scherzosamente gioco di loro. Ad Adam Green il gioco riesce abbastanza bene e nell’attuale panorama musicale sembra uno dei pochi capaci, nel giro di una manciata di minuti, di citare in tono ironico Bob Dylan, Elvis Presley e Johnny Cash. Il suo atteggiamento nei confronti del cantautorato classico è lo stesso che si può avere nei confronti di un compagno di scuola che, rincontrato dopo tanto tempo, mostra qualche ruga di troppo: gli si vuole bene, ma non si può fare a meno di sfotterlo. Giunto alla quarta puntata della bislacca carriera con la quale sta cercando di dare un senso allo scioglimento della compagine con cui, in compagnia della fida Kymia Dawson, ha architettato una pirotecnica giostra anti-folk, Adam Green sfodera nuovamente le armi che gli sono più congeniali: introspezione, melodia e un pizzico di sapido sarcasmo. Un po’ iconoclasta, d’altra parte, lo è sempre stato e se c’è una cosa che detesta è sentirsi incasellato in categorie che lui vorrebbe piuttosto scrostare fino all’ultimo lembo di vernice. Quando era in forza ai Moldy Peaches lo faceva rabbrividire l’essere catalogato tra i menestrelli compunti che si spremono le meningi per raccontare il proprio disagio. A lui, beninteso, la figura del menestrello piace e crede pure nella necessità di sollevare, ogni tanto, una protesta, ma in un’ottica assolutamente personale e falsamente rivoluzionaria. I quadretti satirici che tratteggia qua e là non hanno lo scopo di provocare agitazioni: sono liriche brevi – i brani di “Jacket Full Of Danger” si aggirano intorno ai tre minuti – che denotano la natura argillosa (e perciò estremamente friabile) del terreno sul quale dovrebbero sbocciare le odierne certezze sociali. Menestrello, poi, Adam Green a tratti lo sembra davvero e, a giudicare da pezzi come “Novotel” ed “Animal Dreams”, si direbbe che non gli si attaglierebbe così male la veste di marionetta che, guidata da fili invisibili, fa ridere a crepapelle la piazza. In “Jacket Full Of Danger” c’è tutto questo e molto di più e chissà se basterà per rendere finalmente giustizia al suo autore e per fargli conquistare quella popolarità che altrove (Stati Uniti ma anche Germania) è ormai un dato di fatto. Quando canta, rispetto ad altri blasonati colleghi ai quali è spesso accostato (Richard Hawley, tanto per non fare nomi), Adam Green non si prende mai troppo sul serio, anzi, se vogliamo dirla tutta, si diverte da morire. L’interprete di Sheffield è uno dei suoi bersagli preferiti e “Vultures” sembra un invito a non inforcare quei mesti occhiali con la montatura nera che lo rendono così triste. In “Hollywood Bowl” la voce è modulata come si sarebbe srotolata quella di Elvis se la sua ugola fosse ancora tra noi e, a proposito di vecchia guardia, le orchestrazioni che annaffiano tutto il disco faranno esultare un altro miope eccellente, Randy Newman. Si avvertiva la mancanza di una penna contraria all’aura messianica con la quale l’establishment tradizionalmente si relaziona con il pubblico. Adam Green è una simpatica canaglia che riserva sempre colpi da maestro e la speranza è che, dopo gli osanna destinati a “Gemstones” e “Friends Of Mine”, gli elogi non si interrompano e lo proiettino nella categoria dei campioni. Anche se al diretto interessato delle categorie non importa nulla.
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