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Loro sono Jonas Bjerre, Johan Wohlert, Bo Madsen, Silas Graae. Sono danesi, e hanno concepito un album, “Mew and the glass handed kites” spiazzante e superbo. I Mew sono difficili da descrivere: ricordano in parte i Sigur Ros, ma l’alone soft è stemperato dagli arrangiamenti più energici, tanto per allontanare la definizione pop, sempre che si riesca a dare una definizione... affiora qualche reminiscenza degli Arcade Fire, con cui condividono l’originalità delle soluzioni musicali, il canto “corale” e l’atmosfera rarefatta, ma da cui li differenziano la minore drammaticità e malinconia, più inclini invece alla dimensione del sogno e dello straniamento. L’album è concepito - per citare le parole del bassista Johan Wohlert - come un’unica lunga canzone. Infatti non esistono soluzioni di continuità, le canzoni sfociano l’una nell’altra, alla maniera dei Mars Volta, il cui richiamo è evidente soprattutto in “Apocalypso” e nelle parti cantate in coro. Ma se rispetto ai Sigur Ros i Mew sfoggiano un vigore differente, rispetto ai Mars Volta si rifugiano in sonorità mai distorte ma carezzevoli e vellutate. Eppure l’atmosfera sognante, che sembra evocare foreste popolate da fate e mondi remoti, accompagna parole che spesso si tingono di reminiscenze cupe e sottilmente inquietanti, o comunque non perfettamente solari: un lampo di luce nello spazio; un gatto che sfreccia in un bosco, suonando un violino; uno sciame di strambe e gelatinose creature aliene che spunta fuori da buio, rivelando capezzoli al posto degli occhi. Jonas, oltre ad arricchire la musica con la propria voce angelica, scrive anche i testi, ispirandosi ai propri sogni. La notte, come per Proust, anche per Jonas è fonte di ispirazione. Le parole mancano di logica e coerenza, sono piuttosto la trascrizione immediata di visioni inconsce, una specie di versione aggiornata della scrittura automatica dei surrealisti… “Circuit of the wolf” è una lunga, coinvolgente intro strumentale, dove la chitarra e le percussioni predominano, ma quasi subito l’atmosfera diventa eterea e onirica in “Chinabery tree”, dove la delicata voce di Jonas sembra quella di un cantastorie fuori dal tempo. Le musiche e le parole evocano universi remoti e fantastici, luci improvvise che squarciano il buio, creature inimmaginabili, mondi ed epoche in un futuro che si mescola al passato; si insinua il presentimento della morte, reso però distaccato e quasi rasserenante. Difficile scegliere quali siano i brani migliori: si possono citare “Why are you looking grave”, “Fox Cub”, una deliziosa ballata su misteriose volpi che si nascondono; “Special” una delle canzoni più immediate e limpide; e infine i due capolavori: “Zookeeper’s boy” e “White lips kissed”, che assomiglia al sussurro di una creatura fatata.
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