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Belle & Sebastian
The Life Pursuit
2006
Rough Trade
di Mauro D'Alonzo
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Quattro anni fa, in coincidenza con l’abbandono di Isobel Campbell, si era avuta la netta sensazione che i Bell & Sebastian fossero in cerca di soluzioni stilistiche alternative e che ne avessero abbastanza degli smagriti bozzetti che avevano contribuito a forgiare nell’immaginario collettivo la percezione del sound scozzese. “Dear Catastrophe Waitress”, pubblicato l’anno successivo a quello del distacco dalla violoncellista, ha confermato che il progetto era tutt’altro che una chimera e che il nuovo orizzonte sarebbe stato rappresentato da costruzioni ariose, idealmente baciate dal sole californiano piuttosto che bagnate dalle umide brezze della patria del kilt e delle cornamuse. Con il nuovo disco la svolta sembra giunta a termine e i tredici brani che lo compongono costituiscono la definitiva rottura degli equilibri sui quali la produzione del passato si è stabilmente retta. Cosa resta della malinconia delle origini? La dimestichezza acustica è stata del tutto smarrita? L’incedere dolente di alcuni passaggi è destinato a rimanere un pallido ricordo? “The Life Pursuit” non lascia dubbi al riguardo. La giovialità (ri)trovata è uno stato d’animo che pervade i Belle & Sebastian sin dalle prime, scattanti note: “Act Of The Apostle I” è un’anguilla sgusciante che non sfuggirà alla rete dei nostalgici che riporterebbero volentieri le lancette agli anni ’60. E “Another Sunny Day” è una dichiarazione priva di filtri, un canto slanciato che svela con assoluta evidenza l’influenza esercitata dall’ambiente nel quale le incisioni sono state date alle stampe. Proprio in California, infatti, è fiorito “The Life Pursuit” e dietro alle sue alchimie c’è non solo l’umore mutato di Stuart Murdoch e compagni, ma anche la mano di un produttore abile a districarsi in situazioni musicali diverse come Tony Hoffer. Molti lo ricorderanno in combutta con Beck e Supergrass, ma qui il suo tocco rimanda piuttosto alla capacità con cui è riuscito a tramutare le fragili timidezze di cinque giovani irlandesi nella gustosa solarità dei Thrills. L’addio della Campbell (la cui sensibilità indie ha recentemente trovato sfogo nella collaborazione con Mark Lanegan) e l’approdo alle coste statunitensi hanno pertanto aggiunto del pepe alla cucina dei Belle & Sebastian e nessun episodio lascia trapelare tentennamenti nei riguardi della via intrapresa: “White Collar Boy” è un tema saltellante condito da vivaci controcanti, mentre è un coro femminile a ricamare la soffice “Dress Up In You”. Non manca un certo vezzo sperimentale, che fa sì che i linguaggi del glam-rock e del funk irrobustiscano “The Blues Are Still Blue” e “Song For Sunshine”. “The Life Pursuit” è il comprensibile sbocco di un gruppo che, dopo undici anni di onorata carriera, ha cercato di non fossilizzarsi. L’impressione che se ne ricava è che si tratti un’operazione ben congegnata la quale tuttavia, proprio perché trasgredisce codici ormai consolidati, potrebbe stentare ad imporsi. Il tempo sarà comunque galantuomo e non è da escludere che i sibili dei fan della prima ora presto saranno soppiantati da una convinta approvazione. In futuro la brillantezza di “The Life Pursuit” non sarà probabilmente annoverata tra le vette della band, ma neanche sarà bollata come una scialba pausa ricreativa in attesa che ritorni l’ispirazione dei giorni migliori. Perché qui l’ispirazione è di ottimo livello e, anche alle prese con il pop, i Belle & Sebastian dimostrano di saperci fare.
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03/04/2006 -
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