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Oggi, quando il malato di musica si trova a passare in un negozio di dischi, può scegliere di seguire due grandi filoni: quello delle “novità” e quello - sempre più affollato - delle “ristampe”. Allorché: le novità discografiche costano tanto (poco più o poco meno di una ventina di euro) e presentano percentuali di rischio mediamente elevate. Con le ristampe invece la spesa è dimezzata e sai in linea di massima cosa ti porti a casa, con il bonus, a volte, di accurate liner notes redatte da penne che di solito conoscono come le proprie tasche l’argomento di cui trattano. Senza eccedere – perché le novità “vanno” ascoltate, altrimenti si diventa degli insofferenti brontoloni che rimpiangono i “gloriosi” vecchi tempi (quali?) - ritengo che sia cosa buona e giusta riascoltare a distanza di tempo dischi che non si erano messi sul lettore CD (se non sul piatto del giradischi) da dieci, quindici o vent’anni: Dio sa quanto il tempo cambi le prospettive e modifichi i nostri gusti, per non dire poi dei miracoli che fanno le attuali tecniche di remastering. Questa recente ristampa di “So Alone” di Johnny Thunders è un perfetto caso dimostrativo. Qualche amico me lo aveva copiato su una C90, lo devo aver sentito tre-quattro volte e dopo aver deciso che trattavasi di opera prescindibile, lo avevo accantonato senza rimuginarci su più di tanto. Errore plateale, in quanto “So Alone” – ma solo oggi me ne rendo conto – è uno di quei rari dischi da sentire e risentire fino allo sfinimento.Va anche detto, però, che il mio prenderlo sottogamba non fu del tutto immotivato: all’epoca dell’uscita di “So Alone” Johnny Thunders – nato a New York nel Queens con il nome di John Genzale, un vero paisà – era un disgraziato eroinomane che il suo contributo alla storia della musica lo aveva già dato. E che contributo! Insieme a David Johansen, Arthur Kane, Syl Silvain e Jerry Nolan, nei primi anni settanta JT aveva dato vita ai New York Dolls, anello di congiunzione, come spesso si è detto, tra i Rolling Stones e i Sex Pistols. Scioltisi i Dolls, JT formò gli Heartbeakers che, convocati da Malcolm McLaren – manager dei Pistols e poco tempo prima anche dei New York Dolls pre-scioglimento – in una Londra in procinto di tingersi di punk, pubblicarono nel 1977 il glorioso “L.A.M.F.”, tostissimo disco di street-rock newyorkese contenente fra l’altro la leggendaria “Born To Lose”, indimenticabile inno della punk-era. Appena un anno più tardi, però, JT stava messo male: erano implosi anche gli Heartbreakers e lui era diventato un tossico quasi all’ultimo stadio. Mise insieme faticosamente – e stimolato presumibilmente dalla prospettiva della dose che avrebbe potuto procurarsi con l’anticipo della casa discografica – questo album solista, “So Alone”, in maniera raffazzonata in due diverse serie di session e con due diverse band. A rigor di logica, avrebbe dovuto essere una catastrofe; miracolosamente ne risulta invece un disco fenomenale, unico nel suo genere. L’etichetta promozionale apposta su questa ristampa odierna lo definisce un “Classic Punk Album”, ma non è vero, in quanto oltre metà disco non è punk bensì un roots-rock alla Stones con un feeling sporco e drogato newyorkese. La frazione punk è quella in cui suona un vero e proprio supergruppo: Steve Jones e Paul Cook dei Sex Pistols a chitarra e batteria e Phil Lynott dei Thin Lizzy al basso. Di “Pipeline”, la cover dello strumentale surf anni ‘60 degli Chantays, si può anche fare a meno. In “Leave Me Alone” e “London Boys”, però, sembra di sentire i migliori Sex Pistols, con la differenza che invece del vocione imbestialito di Johnny Rotten si fa largo, svociato e stonato, Johnny Thunders. Anche in questo caso, data la premessa, dovrebbe essere qualcosa di orribile, ma non lo è affatto: al contrario, l’affannosa interpretazione vocale di JT aggiunge una nuova dimensione di fragilità e disperazione al sound pistolsiano. La rivisitazione di “Great Big Kiss” delle Shangri-Las – canzone che era servita da modello per “Looking For A Kiss” dei New York Dolls – poi, è quasi toccante: ti pare quasi di vederlo, JT, ragazzino e non ancora devastato dagli oppiacei, che va in estasi per il “teenage dream pop” prodotto negli anni sessanta newyorkesi da personaggi quali Phil Spector e Shadow Morton (che, non dimentichiamolo, nel 1973 fu chiamato dai Dolls a dirigere i lavori di “Too Much Too Soon”, canto del cigno della band). Infine c’è una seconda cover, “Daddy Rolling Stone” da Little Richard, notevole se non altro per il fatto di ascoltare alternati al microfono Thunders, Phil Lynott e nientepopodimeno che l’immenso Steve Marriott (di Small Faces e Humble Pie). Sarebbe già bello così, “So Alone”. Poi però senti i brani incisi con l’”altra” band, ovvero con Peter Perrett degli Only Ones, Andy Gray e Steve Nicol di Eddie and the Hot Rods e Henri-Paul, e fai un salto sulla sedia. Sembra di ascoltare i Green On Red di “Here Come The Snakes”, quelli alla Keith Richards, solo dieci anni in anticipo e con Thunders che faticosamente cerca di esprimere (ed esprime: alla grande) il proprio sgomento e le proprie tormentate emozioni. “You Can’t Put Your Arms Around A Memory” è una meravigliosa ballad sonnolenta colma di recriminazioni; forse non la più bella canzone mai scritta da Thunders (come lui stesso riteneva): no, “Born To Lose” non si batte, ma “…Memory” ci va vicino, ed è comunque un classico. “Ask Me No Questions” e “Subway Train” sono della stessa pasta: rock stradaiolo newyorkese con l’incredibile vocalità di Thunders, così fuori fuoco e, allo stesso tempo, così incredibilmente sincera. In questo senso “Subway Train”, remake del brano già inciso dai New York Dolls, è tra i vertici del disco e surclassa la versione più professionale – ma non così sofferta – eseguita da David Johansen cinque anni prima. A completare l’album ci sono “Untouchable”, un altro (glorioso) tentativo fallito da JT di affettare un “swagger” nello stile dei primi ‘60s da lui così amati, e la sgangherata “Downtown”. Tra le bonus-tracks di questa ristampa si segnalano poi il vibrante rock’n’roll alla Heartbreakers di “Dead Or Alive” (uscita come singolo poco prima di “So Alone” e una stralunata cover di “The Wizard” dei T.Rex. “So Alone” rappresentò però l’ultima occasione in cui il lumicino di talento che era rimasto in JT poté brillare, per quanto in maniera fioca e snervante. Dopo un lungo stop discografico dovuto a problemi di salute e di “focalizzazione”, dall’83 in poi Thunders incise qualche EP e rilasciò delle incisioni dal vivo senza capo né coda. Due scadenti dischi di studio (“Que Sera Sera” dell’85 e “Copy Cats” album di cover dell’88) non furono altro che una pallida eco del New York Doll di un tempo. Poi, nel ’91, la scontata (e cercata) morte, avvenuta in un decrepito albergo di New Orleans per overdose di metadone. Ma in “So Alone”, per l’ultima volta, Johnny Thunders riuscì nell’impresa di “strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta”, come dicono gli anglofoni (“snatching victory from the jaws of defeat”) gridando al mondo con tutta la (poca) forza che gli era rimasta il suo immenso dolore. In questo senso, “So Alone” può essere paragonato ad una versione street-rock dell’”Urlo” di Munch. Niente di più, niente di meno.
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