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Qualsiasi definizione volessimo attribuire al nuovo album degli scozzesi Mogwai, potrebbe apparire superficiale e scontata. Vi diciamo soltanto che si tratta di un disco stupendo che di certo prosegue lungo quel sentiero iniziato qualche anno fa dalla band, intenta a descrivere le pieghe più sottili della mente umana, ma che riesce - se possibile - a scavare ancora più a fondo, ad andare oltre. Il linguaggio prediletto del rock minimale e delle melodie acustiche, non regge più, in questo caso ci troviamo ad ascoltare qualcosa di ancora più poetico, che rasenta il sublime. Su “Auto Rock” i Mogwai dimostrano di aver assimilato alla perfezione le linee guida che furono del “post rock” dei canadesi Slint diversi anni fa: atmosfere dense, chitarre epiche, strofinate a dovere, e un “wall of sound” angoscioso e devastante. “Glasgow Mega Snake” è una ballata più morbida, ma ugualmente intensa, ma forse ancora più tragica e decadente, su “Acid Food” ritorna invece l’acidità corrosiva dei suoni, alla quale fa da contrappunto una impostazione vocale volutamente morbida e sognante. “Travel Is Dangerous” è una “piano ballad” da brividi, che regala emozioni struggenti all’interno di una struttura armonica eternamente sospesa, una sorta di colonna sonora di un immaginario “thriller” girato nella mente di chi ascolta e che vede il “day-dreaming” di ciascuno di noi erigersi a protagonista assoluto. “Team Handed” è un altro brano solo strumentale che mette in evidenza le capacità compositive della band, davvero elevate, che sembrano finalmente giunte ad una vera maturazione. “Friend Of The Night” si dipana lungo sonorità notturne, dettate da un pianoforte solitario e pensoso, ultimativo e triste, che preannuncia i motivi dominanti che sono poi anche della successiva “Emergency Trap” e che troveranno una forma più compiuta su “Folk Death 95”, un brano semplice ma incantevole che narra di un diffuso malessere che cerca nella musica e nell’arte una sublimazione, una sorta di sogno infranto che si erige in tutta la sua fragile bellezza contro la solidità e la protervia delle miserie umane. “We Are Not Here” conclude l’album con l’intensità e con quel ricorso ad un senso del sacro e insieme del tragico che ne avevano segnato l’inizio. Un album che è il segno dei tempi, che lancia grida d’allarme, sofferto quanto si vuole, ma anche e potente. Un gruppo che risente delle influenze della “dark wave” degli anni ottanta, ma che si muove più lontano, fuori dal nichilismo, alla ricerca del punto di contatto con l’anima di ciascuno di noi. Album da non perdere, per nessuna ragione al mondo.
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