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Di ritorni sulle scene ne avviene uno ogni mezza settimana, ma questo non può passare inosservato. Era infatti dall’ormai remotissimo 1993 che Ray Davies, leader dei Kinks e tra i massimi songwriters di tutti i tempi, non incideva un disco di canzoni integralmente nuove. “Other People’s Lives” è poi - praticamente - il suo primo album da solista. Basterebbe questo. Poi mettiamoci il fatto emozionale: per me – e spero e credo, per molti come me – Davies è praticamente un eroe mitologico e come compositore quasi lo prediligo a Lennon/McCartney e Jagger/Richards, anche perché i Beatles e gli Stones in fondo piacciono a tutti, mentre Ray Davies l’ho sempre sentito molto più “mio”. E inoltre le canzoni dei Kinks non stufano mai, neanche “You Really Got Me” ascoltata bilioni di volte, mentre alzi la mano chi riesce ancora a provare un brivido di piacere alle note di “Hey Jude” e “Satisfaction”… Però Davies oggi ha 61 primavere sulle spalle, un’età semi-senile in cui nessuno, tranne rare eccezioni (Dylan, Johnny Cash e – forse – Neil Young) è mai riuscito a generare alcunché di decente. Non nutrivo quindi grandi aspettative per questo album dalla gestazione peraltro molto lunga (parecchie tracce sono state avviate nel 2002) e sofferta (la produzione dell’album è stata interrotta lo scorso anno a seguito dell’accoltellamento subito dal Nostro mentre cercava di evitare una rapina alla sua bella in una New Orleans pre-Katrina). E di fatto “Other People’s Voices” è un’opera niente affatto trascendentale, che nulla aggiunge e, nel caso, sottrae da quel genio della canzone che è stato Ray Davies. Il suo difetto principale è quello di essere stato troppo rimuginato nel tempo, troppo cesellato, troppo sovrainciso, con una totale assenza di spontaneità. “Other People’s Voices” è anche un disco assai poco omogeneo. Le canzoni ivi comprese possono essere, grossomodo, ricomprese in tre categorie: a) quelle – assolutamente sconcertanti – dal sound power-rock che pare provenire direttamente dalla seconda metà degli anni settanta; il tipo di canzoni da radio FM americana, per intenderci, che si possono incontrare su certi agghiaccianti album di George Harrison, Paul McCartney e John Lennon di quel periodo là. Sono di questo tenore “Things Are Gonna Change” e “After The Fall” – un’accoppiata iniziale che fa venire voglia di accantonare fin da subito il disco – e anche “Run Away From Time” e la conclusiva “Over My Head”, che pure inizia bene come una schietta acoustic ballad prima di essere sepolta da quintali di sovraincisioni e di chitarre e di insistere su un ritornello di scarso appeal. Mi sfugge, francamente, il motivo che può aver condotto un vecchio volpone della scena come Ray Davies ad incidere questa inutile sequenza di brani che neanche nei fallimentari album primi anni ’90 dei Kinks; b) poi ci sono le “eleganti canzoni britanniche” un po’ affettate e vaudeville che molti provano a fare nel Regno Unito – vedi Belle & Sebastian - ma nessuno come Ray Davies. Si tratta di “Next Door Neighbour”, con melodia graziosa ma già sentita e un testo – tipica osservazione a’ la Davies di una comunità di vicini di casa – meno incisivo di altre cose similari da lui proposte in passato. Meglio – in questa categoria – “Creatures Of Little Faith”, che parla di una certa inclinazione a non avere fiducia nel proprio partner con un ritornello, per una volta, “killer”, e anche “The Stand-Up Comic”, paragonabile a una sorta di “Parklife”, il brano dei Blur che a sua volta era ispirato al Ray Davies anni ‘60; c) in definitiva, la porzione più interessante del disco è quella dedicata alle sperimentazioni di Davies – che per un lungo periodo ha vissuto in America, ed in particolare a New Orleans – con sonorità che non gli erano, fino a questo momento, appartenute. Evitabile è “The Tourist”, dal piglio jazzato ma noiosissima; più convincente, invece, “The Getaway”, con sonorità western da frontiera che ricordano il miglior Stan Ridgway. E il miglior brano dell’intero disco è la title-track in chiave di flamenco con uno sferzante brillante testo d’assalto in cui Davies se la prende con la cultura scandalistica dei tabloids e del “gossip on the Internet”. Probabilmente Ray Davies avrebbe dovuto incidere un intero album “americano” pervaso da queste atmosfere, ed era forse questa la sua intenzione iniziale poi, chissà perché, abortita (anche se per dovere di completezza bisogna aggiungere che nel CD è compresa una “hidden track” ricadente nella categoria a) dal titolo “Thanksgiving Day” in cui l’ex-Kink per una volta prova a descrivere un’usanza tipicamente statunitense come la Festa del Ringraziamento con risultati ben poco efficaci). Così com’è, “Other People’s Lives” non mi esalta. Anche perché al termine del suo ascolto mi è capitato casualmente di risentire “Two Sisters”, una traccia “qualsiasi” del repertorio di Davies tratta dall’album del ’66 dei Kinks “Something Else”. Bè: “Two Sisters” rocka, ha verve e freschezza, a iosa, mentre al confronto i pezzi di “Other People’s Lives” paiono degli inamovibili pachidermi. Beninteso, non per questo smetterò di amare e stimare Ray Davies, che è e resta un grande del pop: in fondo, “Other People’s Lives” conferma semplicemente che la vecchiaia è una gran brutta bestia difficilmente sconfiggibile (eccezion fatta per Dylan, Johnny Cash e – forse – Neil Young)…
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