|
Sin dalla fondazione, avvenuta nel 1987, la capillare organizzazione di Arezzo Wave Italia ha propiziato il lancio numerosi artisti facendoli emergere dalle nebbie dei prosceni regionali in cui le loro speranze rischiavano di restare schiacciate. L’ammirevole abnegazione del network toscano ha offerto una ribalta agli Almamegretta, ai Negrita e agli Afterhours, solo per citarne alcuni, e nel 2004, nell’ambito della selezione umbra, l’hanno spuntata i Pedro Ximenex. Il gruppo ha visto la luce grazie alla confluenza di due formazioni già note ai conoscitori della brulicante scena di Orvieto e, a distanza di due anni da quella brillante affermazione, è finalmente arrivato il momento dell’esordio, sancito dalla pubblicazione di “Che Fretta C’era”. Il disco deriva dagli sforzi di una line up alquanto nutrita. Ne fanno parte Simone Stopponi, voce e addetto alla chitarra nella quale infonde tutta l’esperienza maturata ne Il Pianto Di Rachel Cattiva, una delle due band ad aver dato i natali ai Pedro Ximenex; la stessa origine appartiene a Mirko Belliscioni, basso, mentre dall’altra fonte di approvvigionamento, i Niumonia, provengono Leandro Tortolini, tastiere, e Luca Costantini, che si occupa della batteria. Da non dimenticare anche l’apporto della voce e della chitarra acustica di Raffaele Iacarella, delle percussioni di Alberto Andreoli, della chitarra elettrica di Davide Breccia e del sassofono di Francesco Bufalini. Da un ensemble così assortito era lecito attendersi una produzione multiforme e variopinta e “Che Fretta C’era”, in effetti, viaggia a passo spedito, proponendo talvolta delle spettacolari inversioni e tirando raramente il freno a mano. I tempi del disco sono scanditi dai ricordi delle controverse linee lungo le quali si è sviluppato il sound dello scorso decennio e a dettare la velocità di crociera è un’inaspettata miscela di graffiante brit-pop e di asprezze legate al rock di matrice indie. Il primo brano squaderna immediatamente il copione: “Ridere Solo A Metà” è una girandola attizzata dalle chitarre che non si trasforma in un vortice travolgente in virtù della serrata compattezza della batteria di Luca Costantini. Assomiglia ad un aereo impegnato in una lunga fase di rullaggio ed è la seconda traccia, iniettata di basso, a farlo impennare definitivamente e a garantire l’alta quota ove si issa “6”. “Manchinme” è un atleta che sorseggia da una borraccia dopo una corsa a perdifiato e riserva i colpi migliori alla fine, con il violoncello di Viola Mattioni (definita, dal libretto allegato al disco, “commensale”: i Pedro Ximenex traggono il nome dal più dolce dei vini spagnoli e gli stessi membri sono tutti amanti della buona cucina). “Vola” slega nuovamente le briglie e per qualche istante certi segni distintivi dei Pedro Ximenex (l’intermittente intonazione intimista e gli squarci melodici) sembrano irrimediabilmente smarriti. Ritorna il sereno con “Che Differenza C’è”, raffinato bozzetto tratteggiato da una voce maschile impostata alla maniera di Damon Albarn e dalle preziose corde vocali di un’altra commensale, Francesca Mariani. In “Se Mi Guardi” le chitarre riprendono a roteare, mentre “Blu” chiude all’insegna del rumorismo e di sottili venature jazz, confezionate da Francesco Bufalini. In “Che Fretta C’era” dialogano senza bisticciare la meticolosa scolpitura della forma canzone dei Blur, la fervida schiettezza comunicativa dei profeti del grunge e lo sguardo, ironicamente rassegnato, attraverso il quale alcuni esponenti del verbo musicale nostrano scrutano l’imprevedibilità delle relazioni umane. Come spesso zoppicano le opere prime, non mancano sprazzi affannati e gioverebbe all’insieme un pizzico di profondità in più: magari una maggiore convinzione nell’accostamento al noise oppure un ricorso più spregiudicato a controcanti e fiati. Peccati di gioventù, in ogni modo. Alcune parentele sono evidenti: “Forbice” tradisce la stima per i Verdena, “Adulta/Bambina” ricalca le orme di “Wake Me Up When September Ends” dei Green Day e la coda di “Blu” non sfuggirà a chi ha apprezzato “Parole Di Burro” di Carmen Consoli. Ma questi cedimenti non scalfiscono la passione e la padronanza con cui i Pedro Ximenex usano i ferri del mestiere e, se saranno assecondati da un’adeguata incisività produttiva, la loro scrittura potrà riservare in futuro non poche sorprese.
|