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The Infadels
We Are Not The Infadels
2006
Wall of Sound
di Stefano De Stefano
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Venti anni fa nasceva grazie agli Stone Roses una nuova scena musicale, la cosiddetta Madchester: rock, psichedelia, dance e sonorità anni Ottanta. Da questo momento in poi si sono sviluppati vari filoni musicali, legati ognuno in misura diversa alla matrice originaria; per esempio gli Oasis sul versante più rock e i Charlatans su quello che mescolava sapientemente dance e rock. Se volessimo considerare un filo conduttore un po’ artificioso potremmo dire che The Infadels portano alle estreme conseguenze il discorso iniziato due decadi fa con il gruppo di Ian Brown. Il loro debutto We Are Not The Infadels ha due anime e nessuna delle due riesce a prevalere sull’altra; un suono fondamentalmente indie che si sporca di basi dance e campionamenti vari, per la gioia di chi ascolta indie rock ma si lascia affascinare da ritmi molto ballabili. Nel database della Feltrinelli Megastore The Infadels sono etichettati come musica leggera trendy; al di là dell’agghiacciante collocazione la cosa fa riflettere perché questo disco è abbastanza arduo da approcciare. All’inizio la dose di campionamenti e suoni sintetizzati è difficile da accettare e pesa come un macigno all’interno di una efficace melodia costruita su chitarrette acide; poi però si riesce a trovare un equilibrio nell’ascolto e allora il disco si fa molto interessante. Il quartetto di Londra si propone di sporcare un certo tipo di rock (quello alla Stooges e alla Stones per esempio) con campionamenti, sintetizzatori e ritmi ballabili e ci riesce molto bene; un’impresa difficile considerando che ai primi ascolti ci si trova spiazzati. Pian piano però emergono le canzoni vere e proprie, con una dinamica e un sound che diventano d’un tratto caratteristici: l’elettronica diviene solo un elemento del contesto che arricchisce un suono e un’anima essenzialmente indie. Il pezzo d’apertura “Love Like Semtex” spiazza perché sembra di ascoltare una versione più disco dei Cornershop; eppure quella voce grezza sulla base dance è irresistibile così come quelle chitarre e l’organo hammond che si sente in sottofondo. Andando ancora avanti, con il singolo “Can’t Get Enough” siamo tentati a fermarci nell’ascolto perché siamo in pieno flusso di campionamenti e basi dance, ma con un po’ di buona volontà arriviamo all’ottima “Topboy”; un irresistibile pezzo indie che richiama lontani suoni orientali e uno spiccato gusto pop. Questo è uno dei momenti più efficaci dell’intero disco perché anima indie e suoni elettronici si compensano e fondono in un pezzo godibilissimo e orientaleggiante; con la successiva “Girl That Speaks No Words” siamo entrati nell’area di predominanza indie rock: il pezzo sembra infatti uscito da un disco dei Doves, solido e martellante nel basso e ricco di melodia e cori filtrati. Con “Jagger ‘67” le cose cambiano nuovamente. Base dance, campionamenti e il solito lavorio elettronico fanno da sfondo a una voce aggressiva che non si cura molto della melodia per dare più spazio al ritmo: è questa la caratteristica dell’intero debutto degli Infadels, il concentrarsi sul lato ritmico e melodico a seconda dei pezzi. Ora indie, ora dance. Quando le due anime vanno di pari passo e si fondono assieme si ottengono cose molto interessanti (il caso di “Topboy” o “Love Like Semtex”) ma quando prevale per esempio il lato dance i pezzi perdono brillantezza. Con “Murder That Sound” si va verso un suono più anni Ottanta arricchito da chitarre funky, mentre “Reality Tv” è un discreto pezzo new wave che mostra il suo lato più ballabile verso la fine, in una versione estremizzata di gruppi come Departure e Chikinki. Per “Sunday” vale lo stesso discorso, mentre “Stories From The Bar” chiude con un tocco sperimentale un disco che aspirava alla giusta sintesi di dance e rock; alcuni episodi riescono nell’intento nel migliore dei modi mentre altri strizzano troppo l’occhio all’uno o l’altro versante. E allora questi Infadels falliscono? Ovviamente no, a patto però di concedere qualche ascolto in più ad ogni singolo brano, giusto il tempo di capire dove e come vogliano andare a parare. Per essere trendy (come dice La Feltrinelli) lo sono, leggeri non sempre.
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03/03/2006 -
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