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The Subways è una formazione atipica proveniente dall’Inghilterra (Welwyn, Garden City): chitarrista, batterista e una fanciulla come bassista. Il chitarrista frontman Billy Lunn comincia a suonare la chitarra dopo aver visto gli Oasis suonare Supersonic a Top of the Pops; fino a quel momento era cresciuto assieme al batterista John Morgan a Beatles, Ramones e T-Rex. L’incontro con la bassista Charlotte Cooper, insieme a una passione per Nirvana, Sex Pistols e Jam, dà vita ai Subways, che vincono il concorso per esordienti al Glastonbury Festival. Questo dà loro la possibilità di suonare e farsi le ossa nei pub di Londra, conoscendo quello che diventerà il loro produttore, Ian Broudie (già al lavoro con Coral, Dodgy e I Am Kloot). Il risultato è Young For Eternity, un disco d’esordio che celebra il rock come la provincia della giovinezza; un disco ruvido, tosto, chitarristico, che tuttavia lascia spazio alle melodie tra un riff e un altro. Tredici canzoni per un totale approssimativo di trentacinque minuti: canzoni senza troppi fronzoli, dirette e graffianti, con alcuni momenti acustici che preparano all’esplosione delle chitarre elettriche. Questo garage rock suonato con attitudine punk e cantato con rabbia ricorda per freschezza i recenti Mando Diao o il brit rock degli Ash anche se i riferimenti sono da trovare altrove; Stooges, Nirvana, Oasis e, andando ancora più indietro, Sex Pistols e Kinks. Le canzoni ci sono, a cominciare dal singolo “Rock And Roll Queen”, duro come un pugno allo stomaco e perfetto per momenti di delirio e pogo; “Mary” è una energica ballata acustica che si segnala per la felice melodia (e qui vengono in mente i Mando Diao prima citati), mentre il pezzo che dà il titolo al disco dura appena due minuti, giusto il tempo di condensare in un flusso violento una serie di chitarre distorte e una batteria indiavolata che richiamano i primi pezzi dei Gallagher di Definitely Maybe (Bring It On Down). La voce della bassista è presente in diversi episodi, come la ballata “I Want To Hear What You Have Got To Say” che inizia acustica e sembra poi diventare un pezzo rock come lo suonerebbero i Franz Ferdinand; dove non canta provvede comunque in seconda linea con i cori. “Lines Of Light” è un pezzo molto evocativo, costruito sulle chitarre acustiche e cantato mettendo bene in risalto le linee melodiche e gli incastri delle voci: le chitarre elettriche non fanno che ricamare e dare spessore a quello che sembra essere uno dei pezzi migliori del disco. Dopo una coppia di brani tirati come “Oh Yeah” e “City Pavement” si arriva con “No Goodbyes” a un’altra ballata acustica molto in stile Kinks, radiofonica e trascinata da una ritmica che cammina spedita fino alla fine. I momenti semiacustici restano comunque la minoranza in un disco che è pieno di spunti elettrici ed episodi veloci; i Subways sembrano mettere in pratica l’abbecedario della giovinezza messa in rock e per questo suonano freschi e ruspanti per questa mezz’ora abbondante di esordio. Verso la fine troviamo un’altra ballatona acustica, come sempre arricchita da arpeggi, ricami di piano e doppie voci che le danno un’aura molto brit e malinconica, mentre la penultima “Somewhere” ha dei momenti in cui sembra di ascoltare davvero i Doves; il dubbio però passa presto perché arrivano le solite bordate di chitarra a riportarci nei ruvidi e aspri territori del rock and roll. Proprio come nella chiusura di “Encore At 1am”, degna chiusura di un disco che concede delle pause acustiche (o comunque momenti più morbidi) a un flusso di canzoni volutamente brevi, grezze ed energiche. La prova sembra ampiamente superata; con il tempo si vedrà se i Subways riusciranno a restare “young for eternity”, per ora ci riescono in modo molto spontaneo e piacevole.
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