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Laura Veirs non incide allo scopo di scalare le classifiche e, d’altra parte, non si vede come ciò potrebbe essere possibile mentre nell’etere imperversano modelli alquanto distanti dal suo modo di intendere la musica. Normalmente al botteghino riescono a sbancare proposte dotate di un certo taglio commerciale e i nomi che, negli ultimi tempi, hanno riscosso maggiori consensi seguono una filosofia coerente con tale impostazione: fino a qualche settimana fa le emittenti radiofoniche sembravano non poter fare a meno del rock edulcorato di KT Tunstall, alle armonie leccate di Mariah Carey non è mai negata la piazza d’onore e furoreggia il jazz rivisitato in chiave pop di Katie Melua, che ben presto sbalzerà dai cuori un’altra, Norah Jones, che il jazz ama contaminarlo, magari in ottica country. All’artista di Seattle l’alta quota delle classifiche interessa ben poco. Sin dall’omonimo esordio, del 1999, ha seguito piuttosto le orme di un simbolo della canzone al femminile che, tra tante soluzioni che ha saputo offrire, certo non è mai stato un esempio di come spianare la strada del successo. Laura Veirs ha studiato a fondo le atmosfere e le evoluzioni della produzione di Joni Mitchell e non è da escludere che tra i suoi sogni nel cassetto si celi quello di affiancarla, un giorno, dietro la consolle, come la Signora del Canyon si è fece accompagnare da Charles Mingus per realizzare il celeberrimo disco che del musicista, ritenuto da Miles Davis uno dei più grandi contrabbassisti afroamericani, reca il nome. Per il momento, Laura Veirs si accontenta di un manipolo di affidabili collaboratori che l’assistono in scorribande estese alle praterie del rock e dei suoni più orecchiabili. “Fire Snakes” e “Magnetized” sono affreschi spogli e delicati e non ci stupiremmo se venissimo a sapere che una mano di vernice l’ha passata l’autrice di “Chalk Mark In A Rain Storm”. L’esame di folk, insomma, è superato con discreto profitto e, tra gli stessi solchi, non esitano a far capolino spunti che dimostrano che Laura Veirs non si è lasciata sfuggire le lezioni impartite da alcune colleghe un po’ più blasonate: di “Through The Glow” si direbbe che è stata scritta sbirciando un appunto di Feist e l’agilità di “Rialto” ricorda le tessiture di Beth Orton. Chiamato a chiarire se l’ottima impressione suscitata da “Carbon Glacier” fosse un risultato casuale oppure un traguardo stabilmente conseguito, “Year Of Meteors” rafforza alcune sensazioni. Non si possono negare doti sotto il profilo compositivo ed anche l’abilità nel tradurle in tracce che denotano spessore e sensibilità. L’assenza di un colpo d’ala rende talvolta la portata insipida e deposita un sottile velo di monotonia, ma le emozioni non mancano: oltre alla suddetta “Rialto”, si segnalano l’abile melodia di “Secret Someones” e il frenetico intreccio di chitarra, basso e batteria in “Parisian Painter”. Le trame animate da una maggiore mobilità ritmica si apprezzano subito, mentre laddove la veste rimane più sobria gli sbadigli ogni tanto affiorano. A Laura Veirs, però, piace essere così: composta, minimale e attenta a potare i rami secchi piuttosto che a iperprodurre. A costo di diventare, a volte, un po’ freddina.
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