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C’era molta curiosità intorno a questo album registrato insieme da Isobel Campbell, violoncellista e nota interprete di musica folk e da Mark Lanegan, ex Screaming Trees, ora “vocalist” dei Queens Of The Stone Age, figura impenetrabile ed oscura del nuovo rock americano. Riusciranno a convivere personaggi tanto diversi fra loro? Dove e in che modo potranno incontrarsi? Domande lecite forse, ma solo in parte, perché quanti hanno ascoltato i lavori solisti di Mark Lanegan - “Field Songs” per esempio - sono a conoscenza del suo amore viscerale per il blues acustico e per il folk delle origini. Niente hard rock quindi, ma tutta una serie di ballate pregevoli, che vanno alla ricerca delle radici della musica moderna. Si comincia con “Deus Ibi est”, una ballata notturna che mette subito in evidenza il contrasto fra la vocalità tenebrosa di Lanegan e l’eterea delizia della voce della Campbell. Subito dopo arriva “Black Mountain”, una ballata acustica molto bella che ricorda un po’ “Scarborough Fair” di Simon & Garfunkel, a seguire “The False Husband”, un brano inquietante ed intenso, con la voce di Lanegan in primo piano, a creare turbamento, e con un finale struggente che si consuma fra assoli di violoncello della Campbell e severi rintocchi di campane. “ Ballad Of The Broken Seas” è la “title track”, una delicata ballata per pianoforte e voce, davvero ben congeniata, che traduce in musica le emozioni più intime e che è sottolineata ancora una volta dai passaggi di violoncello della Campbell. “Revolver” è una “folk ballad” essenziale e scarna, il pezzo che precede “Ramblin’ Man”, il primo singolo tratto dal disco, una versione volutamente straniata, intrisa di blues, di un noto successo di Hank Williams. Una interpretazione dolente e sofferta, un brano da “outcast” che ci sembra perfetto per la colonna sonora di un eventuale prossimo film di Quentin Tarantino. “Do You Wanna Come Walk With Me?” è una riproposta gustosa di un vecchio “traditional”, mentre “Saturday’s Gone” si avvale di un delicato arpeggio acustico e della voce di Isabel, questa volta in solitudine. “It’s Hard To Kill A Bad Thing” invece è una ballata acustica soltanto strumentale ma di pregio assoluto. “Honey Child What Can I Do?” è una delicata “pop ballad”, molto ben costruita, seguita da “Dusty Wreath” dalle sonorità antiche e con la voce di Isabel che si rivela di una grazia sconvolgente. Conclude l’album “The Circus Is Leaving Town” un brano molto bello, una canzone che celebra la fine delle illusioni giovanili con un incedere forse decadente, ma di indubbio fascino. Il disco, nel suo insieme, ricorda molto la serie di “American Recordings” che fu di Johnny Cash ed è un piccolo capolavoro che mette insieme “folk & country roots” e un pizzico di psichedelia. Da ascoltare.
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