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Di questi giorni si vede e si legge una deferenza un tantino eccessiva per certi dischi del passato più o meno remoto. Può essere giusto riscoprire artisti e album che al tempo dell’uscita passarono ingiustamente inosservati – i cosiddetti buried treasures –, ma siamo arrivati a un tal punto che oggi basta che un disco sia stato pubblicato prima del 1990 perché venga ricoperto di elogi. Chiamala, se vuoi, nostalgia, ma forse la causa di questa meccanica genuflessione ha radici più profonde, scontando anche la massiccia propensione delle bands del 2006 a ripercorrere tracce già battute piuttosto che innovare con i conseguenti rischi del caso. Prendiamo questo “The Scream”, esordio discografico di Siouxsie & The Banshees datato 1978 e approdato alla fatidica ristampa "deluxe". Oggi tutti giurano che – sì, non c’è alcun dubbio – “The Scream” è uno degli irrinunciabili punti fermi dell’era…. punk… o post-punk (insomma, mettetevi d’accordo). Mentre invece i contemporanei dei Banshees all’epoca non lo accolsero granchè bene, e in particolare la punk journalist per eccellenza, la tagliente Julie Burchill, lo stroncò con foga – anche perché la Burchill non riuscì a perdonare a Siouxsie una smodata adolescenziale passione per le svastiche e l’aver cantato in una delle sue prime canzoni (“Love In A Void”) che “c’erano troppi ebrei per i suoi gusti” (sic…). Eppure l’attesa per questo esordio di Siouxsie era stata enorme. La cantante di Bromley, in precedenza nota come Suzi, era un’icona del punk da tempo, essendo stata una delle prime fanciulle del giro dei Sex Pistols a mettersi in mostra capeggiando una propria band. Senza contare che già da un paio d’anni il look sdrucito e aggressivo di Siouxsie serviva da modello a migliaia di teenager indocili e riottose delle periferie britanniche. La (più equilibrata) verità è che “The Scream” è un disco valido al 50 %, che immortala Siouxsie e i suoi – il fido bassista Steve Severin, John McKay alla chitarra e Kenny Morris alla batteria – in un momento di transizione tra il punk delle origini e l’evoluzione post-punk che di lì a poco sarebbe confluita nel classico gothic-sound (o dark) per cui oggi la (ex)ragazza è maggiormente ricordata. Queste incertezze di base si riverberano anche sulla tracklist: dopo l’introduzione darkeggiante “Pure”, la chitarra di McKay – che oggi definiremmo alla “The Edge” - apre la via a “Jigsaw Feeling”, brano di bassa caratura con una conclusione arraffazzonata, che ha il solo merito di rivelare al mondo la sorprendente vocalità di Siouxsie, di fatto un mix tra la da lei odiata Grace Slick dei Jefferson Airplane e la da lei amata Debbie Harry dei Blondie. Poca cosa è anche la successiva “Overground” in cui i Banshees rallentano considerevolmente il ritmo per giungere in territori post-punk alla Public Image Limited: anonima, a dir poco. Il primo momento di reale grandezza di “The Scream” è l’irruente cavalcata denominata “Carcass”, dominata dall’urgenza adolescenziale della voce di Siouxsie, che pare essere da tutte le parti. La cover di “Helter Skelter” dei Beatles al tempo fece scalpore in quanto fu uno dei primi casi – “Help” dei Damned è un altro - in cui un gruppo “punk” rese, di fatto, omaggio a un gruppo di “vecchi dinosauri” hippieggianti come John Paul George e Ringo. Il giudizio retrospettivo, però, ha da essere impietoso: trattasi unicamente di una versione velocizzata, punkizzata e – quasi artificiosamente – “arrabbiata” del classico scritto da Paul McCartney e altresì amato da Charlie Manson e dalla sua orrenda congrega satanica. Personalmente, scelgo mille volte la versione del “White Album” piuttosto che questa sterile imitazione; avrebbe fatto di meglio, Siouxsie, con la cover di “Dear Prudence” – sempre di Paul - pubblicata qualche anno più tardi, e che gli avrebbe regalato un sostanzioso “hit” da classifica. Le cose, fortunatamente, migliorano esponenzialmente: “Mirage” è uno dei più grandi singoli dell’epoca, una canzone pop bellissima che a tutt’oggi trova posto in tutti i “best of” di Siouxsie. L’attacco – con quel basso sincopato - è perfetto, il chorus memorabile, la voce di lei, per una volta, misurata. Immersa nel cupo contesto di “The Scream” è una meravigliosa sacrosanta anomalìa. E capolavoro – di altro genere – è anche “Metal Postcard”, che è un po’ la versione “riuscita” della precedente “Overground”. Qui i Banshees riescono a dominare perfettamente la materia post-punk, e Siouxsie appare oltremodo convincente nel ruolo di dominatrix quando intona “Metal is tough, metal will sheen / Metal will rule in my masterscheme”. E’ puro punk stile ’77 invece “Nicotine Stain”, potente quanto uno dei migliori pezzi dei Penetration – o dei primi Banshees, se volete – con un attimo indimenticato e indimenticabile quando Siouxsie urla “See See See” che in italiano pare tutt’altra cosa: roba da far tornare diciassettenne anche un vecchio di 97 anni. Se “Suburban Relapse” appare confusa e sul piano compositivo assai scadente, un degno finale è affidato a “Switch”, ovvero l’elogio della lentezza, il punto esatto in cui Siouxsie & The Banshees dicono definitivamente addio al punk degli esordi per abbracciare un nuovo verbo che li porterà verso le inquietanti lande monocolore del gothic-sound. Il panorama è desolante, e tutto porta verso il chorus di risoluzione dove Siouxsie canta, come fosse un automa: “Watch the muscles twitch / for a brand new switch”... Di lì a poco, una band chiamata The Cure prenderà spunto dalla lezione di “Switch” esplorando e portando alla perfezione queste ancora abbozzate intuizioni. E’ un disco “double-face”, quindi, “The Scream”, contenente una ingente quantità di idee innovative, ma anche parzialmente deludente causa una sua inerente mancanza di focalizzazione e di coesione. L’album che seguì, “Join Hands”, fu uno spaventevole “anticlimax”; poi, dopo la “fuga” del chitarrista e del batterista – che mollarono Siouxsie e Severin nel bel mezzo di un tour – i Banshees risorsero a nuova vita con una diversa formazione molto (troppo?) orientata verso il gothic-sound. Se la verità è che “The Scream” è lungi dall’essere un capolavoro, in fondo i Banshees un long-playing di primissimo ordine non lo realizzarono mai. Il loro disco più completo è infatti, a parere del sottoscritto, “Once Upon A Time”, raccolta di singoli uscita nel 1981, contenente anche l’immaginifica “Mirage”, e che seguita, a distanza di 25 anni, a rappresentare il più consigliato entry point per chi volesse calarsi nella discontinua e frastagliata produzione di Siouxsie & The Banshees. A differenza di innumerevoli analoghe ristampe deluxe, il disco extra allegato a questa ristampa - con ben 14 brani risalenti alla fine '77 / inizio '78 - possiede una notevole importanza storica consentendoci di ascoltare i Banshees con un piglio molto più “punk” di quanto non apparve poi su “The Scream”. E’ indispensabile “Love In A Void” (quella che in una versione iniziale aveva shockato per la famigerata frase antisemita), che merita di essere accostato alle migliori cose del ’77, e qui presente in versione demo. E’ poi possibile sentire alcune “Peel Sessions” con versioni “in nuce” di brani di “The Scream”: c’è “Mirage” eseguita più “garage” e niente affatto male, c’è “Metal Postcard” in versione veloce (e a mio avviso meno funzionante), e c’è tanto altro. Fanno la loro comparsa anche i due singoli di Siouxsie & The Banshees usciti in quell’anno di grazia 1978 e che per vari motivi furono esclusi dall’album: la per me sopravvalutata “Hong Kong Garden” e la fondamentale “The Staircase”.
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