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Siamo evidentemente ben oltre l’hip-hop. Deo gratias. E’ un piatto assai ricco, infatti, quello che Tormento – già metà, quella più segaligna, dei Sottotono – ha preparato quasi nel corso degli ultimi quattro anni. E su questo, c’è da essere solo sollevati: non se ne può più della scena hip-hop hardcore che se la canta e se la suona (anzi: se la campiona) da sé. Serviva un sostanzioso disco (magari non doppio, ecco) che miscelasse stimoli nuovi, echi differenti: che pescasse dal funk, dal nu-soul, dal pop più elementare. Che recuperasse, soprattutto, la forma-canzone senza paura – “Il Resto è Inutile”, con Tony Blescia è esemplare, in questo senso, anche se già girava da un paio d'anni. Niente paura, comunque: per chi ha apprezzato il Tormento più underground dei dieci anni precedenti – e in particolare il suo alter-ego incazzoso Yoshi Torenaga - c’è solo l’imbarazzo della scelta tra i beats di Kboard – quasi tutto il primo disco, Giorno. Senti la mefistofelica “Buio” con Primo Brown dei Cor veleno o l’arrangiamento lievemente retró di “Liberi e Legati” con Xss, che decolla in un’armonia davvero seducente. E così per tutto il primo capitolo del disco, fra il crepuscolare “Volo” con Raige e Prince Melody, la pesante (e un po’ impastata: meglio il beat che i versi) “Most Wanted Pt.2” col bambin prodigio Mondo Marcio. Oltre al funky mutevole di “No Xè Pensieri” col triestino Al Castellana – paradossalmente il featuring più originale del disco. Poi nella seconda frittella, Notte, Tormento si fa un po’ Mr. Hide: nonostante si fosse già sentito molto nella prima parte, è nei successivi dodici pezzi che la mutazione ha luogo nella sua pienezza: saltano fuori basi più pregnanti, in buona parte strumentali. Saltano fuori canzoni in rima e non rime fatte canzoni (l’hip-hop è questo; il pop risponde invece al primo schema) come “Se Mi Arrendo” o la raffinatissima “Se Ti Girassi”, dove Tormento decolla definitivamente verso altri lidi: canta! Il suono è disteso, rilassato, lungo, wah wah, vivace e seducente: al confine col trip-hop, in certi beat (“La Mia Passione”: ma, ripeto, solo per il beat), più che col soul – e dove Tormento cambia bersaglio anche nei testi, scendendo nelle emozioni a raccontarci di “respiri vicino all’orecchio” o di “fossette nel centro del mento”. Un romantico a far rap, si direbbe. L’altro featuring con Al Castellana, “Stanotte”, conferma l’idillio fra i due – peraltro risalente ai tempi di “Solo Noi” (2001): Tormento ormai guarda più a Kanye West che ai pelosi rapper d’oltre oceano. E però cerca una strada nostrana a questa stramba mistura che mette assieme: un nu hip-pop funkeggiante e serrato. I dati, alla fine, sono due: i dischi bucano anche chi pensa che il tormento sia un sostantivo maschile e non il nome d’arte di un artista che evidentemente s’è scocciato di essere eccessivamente incasellato. Che ha riscoperto l’importanza di chi “suona” – lo strumento, e non il play di un piatto – e meglio tardi che mai. Infine, dimostra che l’hip-hop nostrano può farsi più vendibile senza vendersi o svendersi. Anzi: rendendosi decisamente più interessante da fruire. Anche se, per carità, senza mettere nel lettore manifesti di originalità: siamo nell'ampio calderone del "già sentito". Non in Italia, però. Ascoltate"Kokai", prima. Poi un pezzo a caso da Giorno. Scommetto un disco di Tormento che preferirete la prima. Se non siete b-boys di ferro. Ovvio.
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