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Ammettiamolo: dal 1992 ad oggi, c’erano stati davvero pochi motivi per continuare a credere nella forza esplosiva e coinvolgente del rock. Dall’esplosione di “Nevermind” dei Nirvana, che illuse tutti circa la capacità di “quel tipo di musica” di poter continuare ad essere, al tempo stesso, originale, coinvolgente, vibrante e contemporanea, è passata parecchia acqua sotti i ponti, ma certe emozioni non si era più riusciti a riprovarle. E dire che di musica ne abbiamo ascoltata, eccome: siamo passati attraverso il punk revival dei Green Day e dei Rancid (troppo retrò), il nu-metal di Korn e Limp Bizkit (troppo duro e a-melodico), il brit-sound di Oasis e Coldplay (troppo blando) e il revival new wave di Strokes e White Stripes (troppo smaccatamente revival). Qualche scintilla, è vero, l’hanno provocata le azzardate e azzecate fusioni di Rage Against The Machine e Beck, alcuni momenti ispirati degli Helmet, finanche, forse, alcune ispirate melodie dei Linkin Park. Però poi, regolarmente, in cima alle nostre top list di fine anno, ci finivano i vari Dj Shadow, Air, Dan “The Automator Nakamura” e Cannibal Ox: roba, insomma, che col rock aveva poco a che fare. Questo per dire che il terzo album dei Queens Of The Stone Age (da ora in poi: QOTSA) “Songs For The Deaf” è davvero troppo bello per sembrare vero, e, aldilà di alcune imperfezioni di cui si parlerà in seguito, smentisce clamorosamente la provocatoria asserzione di qualche anno fa del critico/musicista Fred Frith (cioè che “Rock Is Dead”). Come molti sapranno, i QOTSA sono una band “aperta”, dai componenti cioè intercambiabili, eccetto i due perni stabili, gli ex-Kyuss Nick Oliveri e Josh Homme, che per questa nuova prova hanno cooptato nientemeno che Mark Lanegan (ex-Screaming Trees, già presente nel precedente apprezzato “R”) e Dave Grohl (ex-Scream, ex-Nirvana e attuale leader e cantante dei Foo Fighters), che torna per l’occasione a malmenare i tamburi della sua batteria. La band che suona su “Songs For The Deaf” è quindi da considerare quasi un supergruppo, composto da musicisti già di successo che non hanno più da dimostrare alcunchè: possono perciò limitarsi a comporre grandi canzoni e a suonarle nel modo che loro aggrada, con un risultato tanto spontaneo quanto soprendente. E dire che l’inizio non è dei più convincenti, dato che “You Think I Ain’t Worth A Dollar” suona troppo forzatamente punkeggiante. Ma i QOTSA iniziano a trovare il loro stile fin da “No One Knows” (grande scelta di singolo, grande video), furibondo rock desertico con tracce di Nirvana e un’improvvisa breve deviazione prog, con una melodia da dieci e lode. Uno stile che ricorda alla lontana i Thin White Rope, se solo fossero nati un decennio più tardi e fossero stati influenzati dalla scena di Seattle piuttosto che da quella di New York. Nel pezzo successivo, “First It Giveth”, i QOTSA ricominciano a punkeggiare, ma stavolta senza scimmiottamenti di sorta, con un piglio che è indiscutibilmente loro, unico. Seguono episodi più rilassati, come “The Sky Is Falling” e la “Hangin’ Tree” cantata da Lanegan: siamo nel deserto e ci sono 45 gradi all’ombra, o almeno questa è l’impressione che vien data. “Go With The Flow” e “Gonna Leave You” sono un uno-due esaltante che lascia a bocca aperta, e si vorrebbe che non finissero mai: tra le migliori rock songs non dico del nuovo decennio, ma di sempre. Di poco inferiore “Another Love Song”, altra avvolgente track di altissimo livello, che le radio inserirebbero in permanente heavy rotation se i loro programmatori avessero meno paraocchi. La foga si stempera con la finale, acustica “Mosquito Song”, buon esempio della ecletticità della band. A quel punto, quando il teppista da concerto che è in tutti noi ha già iniziato a gridare “we want more”, si viene soddisfatti dall’estemporanea cover dei Kinks “Everybody’s Gonna Be Happy”, in una versione dura e sibilante come non mai. Unici difettucci: gli skits radiofonici che si inframmezzano ai brani (triti e ritriti dai tempi degli Who) e la tritissima “hidden track” in chiiusura di disco (ancora! Nel 2002!). Aldilà di queste minuzie, è un album che ci fa ritrovare la fede perduta, “Songs for the Deaf”, in virtù di cinque-sei canzoni che (ci sentiamo di profetizzare) diventeranno giustamente dei “classici”. Un album che, come di rado accade, scorre via in un baleno dall’inizio alla fine, manco fosse un 45 giri. Un capolavoro, di cui si parlerà (e si ascolterà) ancora a lungo.
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