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Clap Your Hands Say Yeah
Clap Your Hands Say Yeah
2006
V2
di Mauro D'Alonzo
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“Clap Your Hands!”, opening track, seduce e disorienta: cadenze da filastrocca, voci sibilline e tastiere eteree, sembra oscillare tra i gorgheggi di Tom Waits (senza possederne l’alcolica disperazione) ed il divertissement canzonatorio (senza possedere una reale forza derisoria). “Let The Cool Goddess Rust Away” orienta l’ago della bussola verso il giusto punto cardinale: le risorse canore di Alec Ounsworth, così vicine alle gracchianti emissioni di David Byrne, e l’imprevedibile rincorrersi delle chitarre squarciano il velo delle dissimulazioni e riportano la macchina del tempo agli umori torridi e, a volte, isterici della Grande Mela degli anni ’70. I Clap Your Hands Say Yeah, d’altra parte, un biglietto di sola andata per Brooklyn l’hanno già staccato da qualche tempo e qui hanno iniziato a rovistare negli armadi polverosi ove riposano le reliquie di quel fermento culturale ed estetico che ha gettato le fondamenta del punk e della new wave. “Over And Over Again (Lost And Found)” fila via che è un piacere e rilegge la tradizione con discreto piglio melodico. La band si sarà ben informata degli effetti di quel vasto movimento imbevuto di avanguardia e di pulsioni underground che, dopo la sbornia del flower power, ha raccontato le contraddizioni e gli incubi sotterranei di New York. Avrà studiato a fondo i ritmi ossessivi attraverso i quali artisti di calibro come i Velvet Undeground hanno svelato gli istinti morbosi e le trappole di un’epoca turbolenta e di una megalopoli viziosa. New York resta tuttora un affollato condominio nel quale convivono realtà profondamente diseguali: ai piani alti hanno luogo i bagordi degli strati più indolenti e modaioli, recentemente riportati sotto i riflettori dal sound levigato degli Strokes; ai piani bassi abitano le classi sbandate che Lou Redd e Co. hanno fatto emergere dal pantano del degrado e dell’oblio. Robert Guertin, Alec Ounsworth, Lee Sargent, Tyler Sargent e Sean Greenhalgh girano al largo delle attitudini vagamente patinate del gruppo di Julian Casablancas e si sentono più affini alla ruvidezza del rock bianco a stelle e strisce al quale un colpo d’ala, negli ultimi quindici anni, è stato garantito dal noise dei Sonic Youth. Ma “Clap Your Hands Say Yeah” lascia filtrare anche qualche raggio di sole: se “Upon This Tidal Wave Of Young Blood” è spolpata e si accanisce con la sua essenzialità acustica che dà l’impressione di svuotare qualsiasi speranza, “Sunshine And Clouds (And Everything Proud)” è un arcobaleno che fa l’occhiolino e “In This Love?” sorride a colpi di cori. Gli sprazzi a prima vista più tormentati sono prontamente compensati da guizzi agili e schietti, come la schitarrata di "In This Home Of Ice" che fa balenare i genuini slanci dei Cure. I Clap Your Hands Say Yeah prediligono le movenze abrasive, ma non intingono la penna nel calamaio della protesta: l’armonica di “Heavy Metal” non è di sicuro alimentata da propositi dylaniani. Conoscono la gavetta: il successo se lo sono faticosamente costruito da soli pubblicando i pezzi sul proprio sito, prima dell’uscita del cd, innescando così un brulichio di contatti simile a quello che ha lanciato gli Arctic Monkeys. Non sono attratti dalle lusinghe borghesi e altrettanto volentieri mantengono le distanze da propensioni sociologiche. “Clap Your Hands Say Yeah” non addita nuovi scenari, ma riscatta con sfrontatezza e originalità modelli d’antan. È una salutare scossa in grado di rianimare l’elettroencefalogramma dei musicofili e, per lunghi tratti, è difficile resistergli. I battiti di mani ci stanno tutti.
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13/02/2006 -
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