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Placebo
Meds
2006
EMI
di Emanuele Tamagnini
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Era la fine di luglio. Anno 1996. Quasi dieci anni dal primo omonimo album dei Placebo. Ricordo benissimo quando, la redazione del magazine con il quale collaboravo, mi chiamò per consegnarmi gli ultimi dischi da recensire per il numero di agosto (eh si perchè NOI allora non facevamo uscite doppie!). Tra un cumulo di paccottiglia assortita (c'era qualche innominabile gruppetto glam, una tettona di nome Novak Seen e qualcos'altro che non ricordo purtroppo...) trovai la piacevole sorpresa del bambino con le mani sul viso ad allungarsi gli occhi. Un'ora esatta di musica. Ascoltata (incredibile ma vero) in una domenica piovosa in piena estate. Il premio fu una votazione 4 su 5 e nella farneticante eccitazione scrissi riguardo la queen track "I Know": "... è qualcosa di commovente, qualcosa per cui perdere la testa e non ritrovarla forse mai più... [...] riesce qualcuno a fermare quelle chitarre? Fatelo o mi abbandonerò a loro per sempre". Detto fatto. Da quel giorno ho continuato a seguire molto da vicino i tre ragazzi inglesi. Due anni dopo sulle pagine di un altro celebre mensile di settore ecco "Without You I'm Nothing" (siamo nel novembre 1998, un mese dopo l'uscita ufficiale dell'album). E' qui che conio per Molko il termine "angelo nero". E' il loro capolavoro. Con il pene dritto dalla goduria esaltai il trio in un finale rossiniano. "... sono gli unici veri eredi del malessere britannico... per questo vanno solo ascoltati in tutta la loro grandeur...". Non c'è dubbio che - recensioni di quel tipo a parte - "Placebo" e "WYIN" hanno rappresentato il punto più alto della band ed una nuova strada da percorrere dal pop britannico in piena orgia brit. Fortunatamente la porta aperta da Molko e soci non è stata seguita quasi da nessuno. Il neo glam sofisticato di Pulp e Suede e la brevissima apparizione (a dir poco fallimentare) del movimento "romo" condotta da revivalisti del new romantic come Orlando, Romania ed in parte Divine Comedy (quest'ultimi da riscoprire in toto) ha lasciato i Placebo nel proprio mondo oscuro. L'autentico glam del nuovo millennio lo hanno messo in note proprio loro. Un'eredità pesante costruita sul gotha inarrivabile griffato Bowie, Bolan, Reed, Cure, Pixies e Smashing Pumpkins. Nel 2000 arriva il terzo disco - "Black Market Music" - assai più crudo e nero rispetto ai due precedenti lavori. E' il momento palpabile di una svolta. Attraverso una professoressa in pensione capitata casualmente nell'ambiente di un mio lavoro precedente, riesco ad accedere ad alcune foto custodite gelosamente dalla signora. Ritraggono un giovane Brian Molko a scuola. In un istituto privato in Lussemburgo. Sono foto di una recita in costume (o qualcosa del genere) e scopro con piacere che il ragazzo già si (tra)veste da ragazza. Una conferma su come il personaggio sia autenticamente vero. Come quando sul palco dell'orrido San Remo fa una cosa che avrebbero fatto tutti (spacca una chitarra, ma simbolicamente il gesto ha un altro significato...) se nelle prime file della sala avessero trovato ad assistere all'esibizione una schiera di imbolsiti panzoni violacei in viso, immobili e pieni di merda. Riesco, poi, finalmente ad apprezzarli dal vivo. Un'ottima macchina oliata, tirata e senza fronzoli. "Sleeping With Ghosts" (2003) è il punto più basso. Una parabola artistica in discesa. Solo musicale perchè le vendite continuano a confortare i Placebo (oltre 1 milione di copie vendute). Il campanello d'allarme suona fastidioso quando esce la raccolta dei singoli (2004), chiaro sintomo di come si voglia far restare sul mercato il "nome" anche in un periodo di stasi creativa. 13 marzo 2006. Sono passati dieci anni da quella domenica piovosa di luglio. E sono ancora qui a scrivere di Brian Molko. Nel cuore avevo fatto spazio solo ai primi due episodi, alla collaborazione con David Bowie, a tutti i loro singoli pieni di chicche remixate e al cameo nello splendido affresco glam di "Velvet Goldmine". Nella testa la speranza sempre viva. Che viene confermata con un ritorno grandissimo. "Meds" è il disco della consacrazione. Chi aveva pensato ad una morte precoce dovrà ricredersi. "Meds" è il disco di Brian Molko. Del suo spiccato talento. Della sua voce penetrante. Di una band di 5 spanne superiore, rispetto ai poveri sgualciti ragazzotti che conducono in cima alla classifica la propria, sotto il vessillo della new wave della new wave. Cazzate per adolescenti analfabeti e vecchi rincoglioniti dalla vita familiare. "Meds" è un grande disco. Chiariamo il significato di cosa voglia dire fare un GRANDE disco. Cioè dove confluiscono allo stesso tempo con urgenza e tempestività gli ingredienti perfetti. "Meds" è sofferto. Pesante. Potente. Pieno di quella melodia uggiosa che aveva marchiato gli esordi. Produzione eccellente. L'angelo nero torna a volare alto. Tra gli spasmi tormentati di una vita giocata al limite. Quello di una doppia identità. Proprio come la copertina di "Without You I'm Nothing", proprio come l'outing di quel testo: "I'm unclean, a libertine". "Meds" è il nuovo capolavoro dei Placebo. Prendere o lasciare.
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
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06/02/2006 -
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