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Si erano fatti conoscere con Last Resort, brano dall’impatto diretto e accolto da milioni di adolescenti in tutto il mondo come identificativo della sempre più difficile situazione giovanile moderna, grazie al costante passaggio su Mtv del videoclip della suddetta canzone sono divenuti band di punta del panorama crossover californiano, riuscendo addirittura a guadagnare tanti dollari da produrre i loro amici d’infanzia Alien Ant Farm: tutto questo poteva far pensare che la band continuasse su questa strada, adagiandosi su allori conquistati grazie ad un buono ma non eccezionale disco, ma i Papa Roach rompono i loro schemi e ritornano alla grande con LoveHateTragedy, secondo album prodotto addirittura da Brendan O’ Brian, storico produttore dei Pearl Jam. L’album è molto differente dal precedente: la band ha assimilato la rabbia adolescenziale trasformandola in brani molto più maturi ed elaborati nell’arrangiamento. La carica di M-80 (explosion energy movement) è giusta come brano d’apertura, con i suoi ritmi serrati e suoni ruvidi, per poi passare a ritmi immediamente più lenti ma con un sound di certo non meno potente di Life is a Bullet. Si prosegue a tutta velocità con Time and Time Again, diretta e orecchiabile anche al primo ascolto, e Walking Thru Barbed Wire, brano scritto ai tempi del primo lavoro, e quindi con suoni e melodie molto simili. La band racconta se stessa, del periodo difficile seguito all’immediato e inaspettato successo in Decompression Period, dalle atmosfere cupe e malinconiche. Born with Nothing,Die with Everything anche ricorda molto il precedente Infest, mentre She Loves Me Not, primo singolo estratto da questo disco, è melodico, con una grande carica, suoni azzeccatissimi e un groove che conquista subito, sebbene mantenendo sempre una vena malinconica. In Singular Indestructible Droid Jacoby Shaddix (“nuovo” nome del cantante Cody Dick) sfoga la sua rabbia contro la troppa influenza che la tecnologia sta avendo nei confronti dell’uomo, e lo grida con tutta la forza che ha in gola. Altro momento di riflessione (meglio depressione forse) con Black Clouds, dalle atmosfere darkeggianti e ritmi molto lenti, spezzati subito dalla ritmica serrata e dalla chitarra sporca e rabbiosa di Code of Energy. Infine, a conclusione dell’intero lavoro, troviamo la traccia omonima del disco, LoveHateTragedy, dall’intro lento e armonico, per poi esplodere ancora in un brano potente, quasi una power-ballad, dagli arrangiamenti e melodie particolari, non orecchiabilissime ad un primo ascolto. Questo secondo lavoro fa intuire il buon valore e le grandi potenzialità di questa band di Sacramento, che non si è fermata a cercare di ripetere il grande successo del disco precedente, ma dopo un anno passato in tour in tutto il mondo, ha cercato di evolversi e in fondo ci è riuscita, maturando un sound che comunque mantiene sempre una sua caratteristica, riconoscibile rispetto a tante altre band.
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