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Non poteva iniziare meglio questo 2006, musicalmente parlando ovviamente. Perché Richard Ashcroft non scriveva un disco di questo livello dai tempi di "Urban Hymns", 1997 per intenderci; non che i precedenti album solisti "Alone With Everybody" e "Human Conditions", 2000 e 2002, siano da buttare, anzi. Erano dischi eleganti e raffinati che tuttavia non lasciavano la sensazione che regala l’ascolto di questo terzo capitolo solista di Ashcroft. Cos’è successo allora al nostro inglese del nord? Nulla, tranne la nascita di un secondo figlio, la firma con la Parlophone a seguito dello scioglimento della storica Hut (che aveva pubblicato i Verve) e la lucida presa di coscienza della propria disillusione verso i politici, le istituzioni e lo stato di cose attuale. Ashcroft è scettico e disincantato ma nella musica non smetterà mai di credere, come fosse una specie di missione, una specie di mezzo catartico per purificarsi e a cui aggrapparsi; qualcosa che possa cambiare radicalmente la vita di una persona anche solo con una melodia che possa significare qualcosa. Questo è in sintesi il Richard Ashcroft pensiero, e non possiamo non paragonare questa posizione a quella di un uomo che decenni fa con la sua poesia e la sua musica ha aperto la mente e la via di molte persone. In effetti la visione romantica e sognatrice del mondo e della musica è qualcosa che unisce in modo sottile questo disco di Ashcroft e i primi dischi solisti di John Lennon (a lui si faceva riferimento poco fa); non per la musica ma per l’idea di fondo, l’approccio alla melodia e l’intenzione che c’è dietro questo disco, quella di arrivare alla gente e di poterla cambiare attraverso i suoi messaggi sulla politica, la vita, la morte, l’amore, il mondo, la religione. Questi i temi affrontati in un disco che sa di speranza e di riflessione, di dibattito e di critica ma soprattutto di vita realmente vissuta e messa a frutto attraverso le proprie esperienze. La melodia è sempre al centro di tutto e scorre via liberamente, perfettamente resa da una voce ispirata e ruvida, appassionata e straziata ma sempre e comunque riconoscibilissima per quel timbro così particolare e caratteristico; gran parte delle canzoni si avvalgono del lavoro della Metropolitan Orchestra di Londra e la sensazione è quella di un disco caldo, avvolgente e ispirato, quasi mistico verrebbe da dire. Le canzoni. “Why Not Nothing” è un energico rock and roll che sa molto di anni Settanta fatto di due accordi, quasi un pretesto per esprimere disillusione verso le istituzioni e chiedersi perché non possiamo accettare che ci sia un potere superiore. Con l’up time di “Music Is Power” si va nel territorio della soul music per sottolineare il potere della musica e della melodia di cui si parlava poco fa; un godibilissimo pezzo molto retrò che per concetti e spirito ci riporta ancora ad un’atmosfera anni Settanta; il singolo “Break The Night With Color” è la traccia numero tre e qui c’è poco da dire perché la si ascolta incessantemente in radio. Melodia scorrevole costruita sul clavicembalo e chitarre pulite, classico pezzo britannico che sembra fatto apposta per la radio pur non essendo affatto stucchevole e banale. Con “Words Just Get In The Way” si sale decisamente di livello: una ballata acustica da ascoltare in religioso silenzio, fatta di chitarre e contrappunti di pianoforte, archi e battiti di mano che fanno da sfondo al canto quasi corale di un Richard Ashcroft profondamente ispirato e rilassato, come se avesse trovato la pace e la consapevolezza che cercava da tempo. L’atmosfera cambia con la tensione della successiva “Keys To The World”, un pezzo che usa anche l’elettronica e una voce femminile filtrata e campionata per creare qualcosa di simile a quello che avrebbe potuto fare Ian Brown se avesse militato nei Verve: il risultato è una canzone molto diretta e disperata, molto coinvolgente dal punto di vista emotivo. In “Sweet Brother Malcolm” Ashcroft racconta storie di vite disperate e messe al muro con l’abilità di un disincantato cantastorie che si affida solo ad una chitarra e qualche violino, la semplicità folk per parlare direttamente al cuore della gente, mentre l’accoppiata “Cry Till The Morning” e “Why Do Lovers” tratta il tema del rapporto d’amore tra due persone e lo approfondisce in un drammatico brit rock nel primo caso (ricorda qualcosa degli Stereophonics) e una raffinata e malinconica ballata nel secondo. “Simple Song” è una bella botta di energia, piena di melodia, una canzone facile come nel titolo, diretta e così accattivante per come è confezionata, sicuramente uno dei momenti più coinvolgenti del disco; la chiusura è affidata a “World Keeps Turning”, dove Ashcroft sembra voler chiudere con una nota positiva il viaggio intrapreso fin qui nel disco. Forse aveva in mente Bob Dylan quando ha registrato, per come sgrana la voce e canta appassionato e sbiascicato, e in effetti si ha spesso questa sensazione durante questo finale; ma “it’s ok” perché questo è un gran disco, senza punti deboli, raffinato, sincero e riflessivo, pieno di speranza eppure così disilluso, con l’unica certezza di affidarsi alla musica per cambiare il mondo: che altro dire di più davanti a questo? Richard Ashcroft è tornato e ci mancava. Prendetelo senza indugio.
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